Posts Tagged ‘usa’

Gli altri siamo noi

Wednesday, February 17th, 2010

Scommetto che tutti conoscete almeno un caso di un extracomunitario che cerca lavoro in Italia.
Ecco a voi invece una situazione che probabilmente non avete vissuto mai, e cioè quella (qui non rara) in cui l’extracomunitario che cerca lavoro illegalmente è un Italiano.

Il candidato si propone per qualsiasi cosa: cameriere, portiere, muratore, musicista, venditore, lavapiatti, facchino, babysitter, dog sitter, lavaggio auto. Va bene tutto, basta lavorare.

A raccomandarlo è una sua amica del posto che spargendo la voce via e-mail cerca gentilmente di dargli un mano.

Hi Sweet Friends,

I have an Italian friend, a non US citizen, desperately looking for work in the city. He is a big, strong guy, willing to put his two hands to work wherever they are needed.

Young, super friendly and so much fun. I figured I’d reach out to anyone and everyone I knew to see if we could find a lead. If you have friends that manage restaurants/bars, manage buildings in need of a super, in construction, in music, in sales… anything. He’s willing to wash dishes, unload boxes in warehouses, bar back, babysit, dog walk, car wash…. whatever :)

I know things are rough with the economy and all, but we’ve GOTTA know somebody that needs a diligent worker, right?

Thanks for keeping your ears and eyes peeled!

Cash

Tuesday, January 19th, 2010

A New York i contanti si usano solo per le piccole spese e molti esercizi commerciali (come ad esempio la mia lavanderia) si rifiutano di accettare le bancone sopra i venti dollari cioè le uniche che gli ATM (Bancomat) emettono.
Succede così che ti ritrovi in tasca esclusivamente pezzi da uno, cinque, dieci o venti dollari.
Le monete invece possono essere da venticinque centesimi (il famoso quarter), da dieci (dime), da cinque, da due o da un centesimo.

Ogni tanto però c’è il colpo di scena e ti capita sottomano qualcosa di sconosciuto o insolto come ad esempio la moneta da un dollaro. Non tutti la conoscono e circola poco nonostante sia emessa da tutte le macchinette dei biglietti della metropolitana.
Oggi invece ho scoperto la moneta da mezzo dollaro, una sberla da 30 mm di diametro raffigurante il profilo di JFK che mai mi era capitata prima in quasi tre anni di permanenza.
Esiste infine la banconota da due dollari che è sicuramente  la più rara tra tutto il contante in circolazione. E’ talmente rara che nel 2005 un uomo fu arrestato dalla polizia per aver tentato di utilizzarne alcune per pagare in un centro commerciale. In America non l’ho ancora mai vista ma incredibilmente ne posseggo per caso una in Italia.

Keeping up with the Kardashians

Sunday, November 29th, 2009

La Pennsylvania è sempre la stessa. Prati verdi, clieli stellati, uccelli migratori.
Unica novità la briscola. Niente più poker, ora giocano a briscola con tanto di cintura stile wrestling del campione della settimana.

L’amico Gianni si è comprato la casa. Inevitabile la televisione con 7900 canali accesa 58 ore al giorno. Ora stiamo guardando “Keeping up with the Kardashians”, uno pseudo reality che ruota attorno ad una specie di famiglia Addams dei tempi moderni con anziani signori liftati e orde di figli (o nipoti?!?) tutti sempre bellissimi, materialisti, insipidi e immancabilmente stupidi.
Programmi generalmente demenziali. Ma no, dire demenziali è troppo poco. Sti programmi sono la negazione della mente umana. Per il resto pubblicità incessante. Ogni 5 minuti pubblicità. Poi ancora pubblicità. E se non bastasse altra pubblicità.
Di sera fanno qualcosa che di mio gradimento. Come ad esempio i polizieschi… tra tutti l’intramontabile COPS ma anche “America’s most wanted” che non conoscevo e ho scoperto qui.

In quanto a TV in Italia siamo messi male ma qui non stanno certo meglio.
Guardo ste cose e mi rendo conto che probabilmente New York è solo una eccezione. L’america è probabilmente ben altro. Forse l’America vera (e spero veramente di sbagliarmi) sono i Kardashians.

Marines: amiconi prima, full metal jacket poi

Thursday, November 19th, 2009

IMG_0329

Oggi ero in stazione che aspettavo la N quando noto due Marines in alta uniforme (per la precisione “Blue Dress C”) che sembravano intenti ad avvicinare un pò tutti e soprattutto i giovanissimi: sorrisi, sguardi di approvazione, complimenti. Degli amiconi insomma.
Ma che ci fanno due Marines tutti rivestiti a Queensboro Plaza? Mi chiedo. Vuoi vedere che sono i reclutatori? Mi avvicino per origliare un pò e trovo conferma: “ma perchè non ti arruoli?” “ottimo stipendio” “possibilità di carriera”… e via di questo passo ai giovanotti che per caso venivano fermati.

Ma a me niente? Come mai con me non ci provano? E che sono impedito?!? Mi faccio allora avanti spontaneamente e arriva la doccia fredda: il limite è 27 anni, ma volendo l’esercito ti prende fino a 41 (detto un pò come a voler intendere “sei un rottame inutile, noi non ti vogliamo ma per l’esercito che invece è un bordello vai bene”)
Invento una bugia e dico che un amico giovane vorrebbe arrularsi così mi danno il bigliettino pubblicitario.

Sulla prima pagina si fa leva sui valori e sulle emozioni:

Marines: I pochi, gli orgogliosi.
ONORE – CORAGGIO – IMPEGNO
“Qualcuno passa la vita a chiedersi se nella sua vita ha fatto la differenza a questo mondo. I marines non hanno questo problema.” Ronald Reagan

Sul retro invece si passa agli aspetti più materiali:

  • Addestramento e stabilità lavorativa garantiti
  • Opportunità di promozione e di avanzamento garantiti
  • Spese universitarie rimborsate al 100% durante il servizio attivo
  • Assicurazione sanitaria e dentale
  • Possibilità di alloggio gratuito
  • 30 giorni di ferie pagate all’anno

Così magari uno si arruola e invece degli amiconi si ritrova col sergente di Full Metal Jacket… eheheheh sti cazzi di Americani so terribili.

Sick Day

Wednesday, October 28th, 2009

Si belle le lucine dei palazzi, la skyline, il centro dell’universo conosciuto, bella la quantità impressionante e senza euguali di cavalle di ogni possibile razza e colore, bello woody allen, bella l’energia, belli i concerti e i musei, belli i ristoranti di sushi a quattro soldi, bellissimo tutto… però è anche dura eh..

A un mio amico tempo fa proposero il trasferimento a Manhattan e lui pur conoscendo me e avendo visitato la città più di una volta ha rifiutato perchè non se la sentiva: e la famiglia, il posto sicuro, e questo e quello… le solite italiche certezze.
Non mi fare quello che dice “invece io se potessi lascerei tutto e verrei domani mattina” perchè a dirsi è facile ma poi a farsi un pò meno. Specie se hai passato i 30 anni.

Oggi non sono andato in ufficio perchè raffreddato. Se vai in ufficio col raffreddore non dico che si incazzano, però te lo fanno notare, ti considerano una specie di untore nemico del popolo ed enemy combatant.
Quando stai male (senza dover neanche specificare cosa hai) negli USA puoi prendere un “sick day”, e cioè un giorno di malattia. Non servono certificati, non viene nessuna visita fiscale. Basta una telefonata o una e-mail e sei a posto, non vai a lavorare e finisce lì.
Di questi giorni ne hai di solito una decina a disposizione nell’arco dell’anno (non sono cumulabili). La domanda che tutti mi fanno a questo punto è: “E cosa succede se stai male per più di dieci giorni in un anno?”
Risposta: premesso che quand’ero in Italia ho fatto in quasi 7 anni di lavoro circa 10 giorni di malattia, nel qual caso fossero necessari più di dieci giorni ci sono delle forme assicurative spesso fornite dall’azienda per coprire lo stipendio o parte di esso in caso di assenze prolungate.

Io comunque oggi ho scelto di lavorare da casa visto che avevo delle cose urgenti da fare e così eccomi qui mezzo sudato, voce nasale, cucino a pranzo e a cena le stesse cose, guardo un paio di film, in tutto un paio di telefonate personali, scarico un quotidiano dall’Italia e mi deprimo nel pensare a quando dovrò tornare a pagare le tasse alla mafia.
Quasi sempre silenzio, calma apparente, fuori fa freddino ma dentro maniche corte.

Domani si torna in ufficio.

Il lavoro è meglio qui. Non ci sono cazzi

Monday, October 19th, 2009

Leggo, esterrefatto, le esternazioni del Ministro Tremonti circa la flessibilità del lavoro in Italia. Secondo lui bisogna valorizzare il posto fisso.
La spiegazione virgolettata è la seguente:

“Un conto è avere un posto di lavoro fisso o variabile in un contesto di welfare come quello europeo, un conto è avere uno stipendio senza sanità e servizi. Negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli”

Cosa c’entrano la sanità e la scuola con il posto fisso? Boh…
Si può essere liberali ed avere la sanità pubblica e la scuola pubblica, gli esempi in Europa si sprecano. In ogni modo negli USA la scuola e l’università sono pubbliche esattamente come lo sono in Italia (però a differenza delle nostre funzionano!).

E il discorso dei Kit Kat? Ma scusate, se in Italia si perde il posto di lavoro fisso cosa ci mettiamo a mangiare? Ve lo dico io cosa: ci mettiamo a mangiare la merda, sempre sperando che ce ne sia abbastanza per tutti!

Ragazzi si mangia male, non sanno giocare a pallone, saranno guerrafondai e tutto quello che volete… ma il lavoro è meglio qui.

Non ci sono cazzi.

Studenti Universitari stranieri a NY

Sunday, September 13th, 2009

Oggi ero col romano che frequenta i college (quello delle asiatiche) e in un soleggiato pomeriggio ad Astoria si parlava su come si fa qui per iscriversi all’Università.
Lui sta cercando di entrare al Borough of Manhattan Community College che fa parte del CUNY (City University of New York) ed è una università pubblica dai prezzi accessibili, dai corsi interessanti e dalle strutture ben curate.
Nonostante essa sia tra le lauree meno ambite tra le varie disponibili (chi punta in alto va infatti all’NYU, alla Columbia, alla Cornell ecc…) per uno straniero iscriversi non è facile come potrebbe pensare chi vivendo in Italia è abituato al concetto del “tutto per tutti”.

Innanzitutto gli stranieri non possono usufruire di nessuno dei diversi finanziamenti statali o federali disponibili e sono tenuti  a pagare a prezzo pieno tutti gli studi.
Se si proviene da un paese non anglofone come l’Italia serve il certificato TOEFL che si ottiene facendo un esame lungo e complesso (dura 4 ore) al costo di circa 200 euro più un eventuale corso specifico di lingua da pagare a parte.
Fatta la domanda si deve cercare di ottenre il permesso di soggiorno di tipo F (Student Visa) e per averlo è necessario dimostrare di avere in banca non meno di 40.000 dollari.
L’università chiede il diploma tradotto e pare anche le pagelle di ogni singolo anno delle superiori riservandosi il diritto di accettare o respingere chiunque a sua discrezione.
Ci sono poi da presentare i certificati di vaccinazione per un casino di malattie infettive ed infine l’esame di ammissione da superare.
Chi ha il visto da studente non può lavorare se non per l’università in cui studia (massimo 20 ore a settimana al minimo previsto dalla legge) ed è obbligato a frequentare le lezioni a tempo pieno.
In soldoni gli stranieri possono venire a studiare, sono anzi i benvenuti, non devono però pesare al sistema e sono quindi messi in campo tutti gli accorgimenti necessari perchè questa condizione venga rispettata.

Insomma ragazzi, non ci sono cazzi che tengano, come al solito sti Americani sono organizzati bene.
Anche se questa loro puntualità nelle tematiche legate all’immigrazione gioca a mio sfavore (e alla fine sarà il motivo per cui mi rimanderanno a casa con tanti saluti) mi rendo conto che operano nella giusta direzione, con la giusta filosofia ed i giusti metodi.

C’è soltanto da imparare.

The Power of Nightmares

Tuesday, August 25th, 2009

Per sbaglio mi è capitato questo sbalorditivo documentario della BBC sul terrorismo e sulle origini della politica degli ultimi 30 anni. Mi ha fatto riflettere moltissimo e conto di guardarlo almeno altre due volte per rifletterci ancora.

Questa l’introduzione:

In passato i politici promettevamo di creare un mondo migliore. Pur proponendo diversi metodi per raggiungere questo obiettivo, il loro potere e la loro autorità si basava sempre sulle visioni ottimistiche che proponevano alla loro gente.
Quei sogni hanno fallito e la gente ha perso la fiducia nelle ideologie.
Sempre di più i politici sono visti come semplici amministratori della cosa pubblica. Ora però hanno trovato  un nuovo sistema per recuperare il potere e l’autorità di un tempo: invece di realizzare sogni, i politici ora promettono di proteggerci dagli incubi.
Dicono che ci salveranno da terribili pericoli che noi non possiamo vedere o capire. Tra questi i più grande di tutti è il terrorismo internazionale, una rete potente e sinistra di celle dormienti in tutto il mondo, una minaccia che si deve combattare attraverso la “War on Terror”.
Gran parte di questa minaccia è una fantasia esagerata e distorta dai politici stessi, è una illusione oscura che si spande senza opposizione tra i governi, i servizi di sicurezza e i media si tutto il mondo.
Questo documentario spiega come e perchè queste fantasie sono state create, e chi ne trae beneficio.
Fulcro di tutta questa storia sono due gruppi: i neo-conservatori Americani e gli Islamici Radicali. Entrambi i gruppi sono ispirati da idee nate dopo che quelle liberali hanno fallito nel creare un mondo migliore ed entrambi condividono una spiegazione molto simile circa le cause di questo fallimento.
Questi  gruppi hanno cambiato il mondo ma non nel modo auspicato da entrambi. Insieme hanno creato la visione moderna di una organizzazione segreta che minaccia il mondo, una fantasia che i politici trovano in grado di restaurare potere e autorità durante un’era disillusa in cui chi possiede le peggiori paure diventa il più potente.

Il documentario parte dalla figura di Sayyed Qutb, un impiegato civile Egiziano che dopo essere stato mandato in missione negli Stati Uniti (dove conseguì la laurea) divenne rivoluzionario gettando le basi ideologiche a cui oggi fanno capo tutti gli integralisti islamici.
Si passa poi a Leo Strauss, professore Americano di filisofia politica che ha forgiato una intera generazione di uomini politici neo-conservatori che sono successivamente arrivati al potere.
Entrambi questi uomini erano convinti che le idee liberali corrodevano e minavano le basi stesse della società rendendola nel tempo incapace di identificarsi e quindi di difendersi.

Un documentario che offre spunti e prospettive rare, se non del tutto assenti, nell’arco della politica e soprattutto della TV spazzatura del governo italiano o di quella del capo del governo italiano.

Purtroppo è disponibile solo in Inglese ma ci sono le trascrizioni con cui potete eventualmente aiutarvi.
Ragazzi che vi devo dire? Se volete sgusciare fuori dalla cappa di demenza politica in cui ci vorrebbero mantenere i politici italiani DOVETE IMPARARE L’INGLESE. Mettetevi sotto. Io se non fosse per l’inglese non so che cazzo farei: tra PBS e BBC c’è da leccarsi i baffi… Altro che l’esercito di scherani di Raiset!

Buona visione

Non ho vinto la lotteria

Wednesday, July 1st, 2009

Circa due anni e mezzo fa, quando divenne certa la mia partenza per New York, mio padre mi disse che era contento perchè così al mio ritorno avrei apprezzato di più l’Italia.

COL CAZZO!

Vi dico per esperienza che gli Italiani che stanno qui hanno una sola ossessione: rimanere.
Quelli che poi giocoforza sono costretti a rimpatriare in Italia te li ritrovi dopo poco su Facebook o su Skype tutti con frasi nostalgiche a sfondo Newyorchese. Molti fantasticano sul loro ritorno in America. Qualcuno ci riesce e te lo ritrovi indietro con un altro lavoro (fortunatissimo) o addirittura da clandestino.

Contrariamente a quanto pensano tutti in Italia, per rimanere qui non basta trovare un lavoro.
Ci sono un sacco di regole e adesso anche un sacco di disoccupati per cui le aziende sono molto riluttanti nell’avviare le complesse e costose procedure necessarie per richiedere il permesso di soggiorno di un potenziale nuovo dipendente.

La maggior parte dei permessi di soggiorno è poi legata ad un lavoro specifico. Finito quel lavoro finita l’America.
Anche dopo 5-10 anni che lavori e paghi regolarmente le tasse se perdi quel lavoro te ne torni a casa direttamente e senza passare dal via. Puoi addirittura anche avere un figlio fatto qui (e quindi cittadino USA…) ma a loro non importa. Te ne vai e basta.

L’unica è diventare permanent resident (la famosa carta verde).
Come si fa? Ehhhhhhh sono cazzi…
Puoi averla da rifugiato (forse prima o poi me la danno visto come vanno le cose in Italia! ) oppure puoi vincere la lotteria gratuita.
Altrimenti la puoi chidere per via del lavoro o di un matrimonio. In entrambi i casi serve serve l’avvocato. Si parla di almeno 5-6 mila dollari (ma anche di più volendo).

Il matrimonio è il sistema più semplice ma non fa per me però. Perchè? Come perchè?!? Perdio siamo seri! Tra la schiavitù in america e la libertà altrove preferisco la libertà!
Certo, se trovassi un bel fighino americano che mi si vuole sposare a tutti i costi, che mi fa fare come mi pare, che mi fa un contratto pre-matrimoniale in cui in caso di divorzio nessuno pretende soldi da nessuno allora ci farei eh! Credo però che ci voglia ancora più culo che vincere la lotteria.

Tramite il lavoro è possibile ma richiede un sacco di tempo ed inoltre l’azienda deve essere disposta a sponsorizzarti pagando tutte le spese come impone la legge. Ci vogliono anni e anni di attesa. Sembra facile ma non lo è affatto… specie di questi tempi.
In pratica il governo concede la carta verde a quelli che si dimostrano essere indispensabili. (Ho scritto “che si dimostrano indispensabili”, non che poi lo sono effettivamente!)

La lotteria la puoi invece giocare verso Dicembre. Le possibilità di vincere sono scarsine: da 1/75 a 1/130 a seconda delle annate.
Vincerla è una culata di proporzioni stellari. Mi pare che ti pagano addirittura anche il biglietto di sola andata! Pensa che soddisfazione. Dopo 3 cinque che sei qui se vuoi fai domanda e diventi anche cittadino USA.
Io ho giocato e proprio oggi ho saputo che non ho vinto.
Non ho mai vinto un cazzo in vita mia figurati se vincevo la lotteria della carta verde ma se avessi vinto ho giurato che avrei rifatto il coast to coast in bicicletta.

Pledge of Allegiance

Wednesday, May 27th, 2009

pledge-of-allegiance

La lavandaia che mi fa le camicie è di origine Cinese quando parla ha un accento fortissimo. Sembra arrivata ieri dalla Cina ed invece come minino starà qui da 30 anni.

Nel negozio, in bella vista, ha l’immagine che vedete.
C’è l’aquilone rapace con la testa bianca, la bandiera, e sotto questa frase:

I pledge allegiance to the flag of the United States of America, and to the Republic for which it stands: one Nation under God, indivisible, with Liberty and Justice for all.

E’ una di quelle americanate che di più non si può. E’ una specie di giuramento che si fa obbligatoriamente nelle scuole e devo dire che mi piace pure perchè parla di una nazione con questa repubblica indivisibile con libertà e giustizia per tutti.

Ma, oibò! Cosa vedo? Mi è sfuggito un particolare. Dice che la nazione è “under God” e cioè “sotto Dio”.
Ma mi andate a tirare fuori sto Dio pure sotto l’aquilone… E noooooooo cazzo! Porca puttana! Ma nooooooo dai!

Ma come sarà mai successo?
Se andiamo a vedere bene la storia di questo giuramento scopriamo che è stato aggiornato e modificato a più riprese, e che la parte “under God” è stata aggiunta per ultima dal Presidente Eisenhower nel 1954.
L’idea è nata dai Cavalieri di Colombo, un gruppo cattolico di New York City, che consideravano lo slogan incompleto finchè privo di un riferimento ad una divinità.
Dopo una serie di pressioni esercitate con maestria dalle massime autorità religiose la Politica spinta anche dal fatto che il blocco Comunista vantava (giustamente) il proprio ateismo ha deciso di inserire il riferimeno fino ad allora mancate.

E così mi hanno sciupato il poster da mettere in camera.