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Le scuole in America sono tutte ottime, ma solo se te lo puoi permettere

venerdì, maggio 24th, 2013

Oh sia chiaro io non frequento molto i centri sociali eh... (mai votato a sinistra in tutta la vita) ma ogni tanto una riflessione lucida su certi meccanismi é il caso di farseli.

Un mio collega si sta spostando dall'East Village perché in un colpo solo gli hanno aumentato l'affitto (già alto) del 20%. Ovviamente gli ho consigliato di venire ad Astoria ma lui mi ha fatto presente che avendo un figlio piccolo doveva innanzitutto preoccuparsi di trovare una zona che avesse una scuola "buona". Come una scuola buona? Io non ne sapevo molto e così ci siamo messi a parlare di questo argomento che ho trovato subito molto interessante. "Ci potrei scrivere un post", gli ho detto. E lui: "No, ci potresti scrivere un libro..."
In effetti é proprio così: per spiegare come sia settaria e segregata la società Americana non esiste esempio migliore se non quello della scuola.

Prima di continuare è però indispensabile una premessa: la razza non c'entra un cazzo con quello che vi sto per dire. Mettetevelo subito in mente perché il primo che arriva a fare discorsi neri-bianchi-asiatici-ispanici me lo mangio. Contrariamente a quel che si dice al bar dello sport qui a nessuno importa un fico secco del colore della tua pelle. Intendiamoci, come ripeto la segregazione esiste eccome ed é anche abbastanza evidente ma essa non é basata direttamente sulla razza; gli Americani in questo si sono evoluti e quando discriminano ormai lo fanno esclusivamente sul censo, non su altro. Il fatto che i quartieri poveri siano prevalentemente neri e quelli ricchi siano prevalentemente bianchi non é dovuto a nessuna forma di razzismo, le ragioni sono piuttosto da ricercare nella religione del denaro ed anche (aimé) nello scarsissimo livello di mobilità sociale al quale gli Stati Uniti si sono ultimamente ridotti: una paese in cui sempre di più se nasci ricco rimani ricco mentre se nasci povero muori immediatamente dopo il parto.

Fatta questa indispensabile (ma non banale) premessa torniamo a bomba. Anzi no, non mi fate scrivere bomba perché se scrivo la parola bomba per più di 3 volte in una settimana l'FBI mi inserisce sicuramente in qualche watchlist (non sia mai che nel blog si spieghino le modalità per realizzare una bomba).
Torniamo quindi in tema, dicevo che la scuola offre un'ottima prospettiva per capire come é fatta la società Americana. Dunque come funzionano le scuole da queste parti? Semplice: innanzitutto ci sono quelle private che vengono finanziate esclusivamente coi soldi di chi le frequenta che sono il top della gamma sia in termini di disciplina che di risultati accademici (del resto é ovvio che chi paga 20.000 dollari all'anno solo per mandare i figli a scuola pretenda il meglio). Tutti gli altri si devono accontentare di quelle pubbliche che sono finanziate invece interamente dai Comuni e la cui qualità varia drasticamente caso per caso. Questa enorme oscillazione che esiste nella pubblica tra "molto buono" e "coltello in tasca" rappresenta il nocciolo della questione e l'oggetto stesso di questa riflessione.

E' risaputo che - proprio come succede nel caso del mio collega - uno dei fattori principali che determinano la scelta di una zona per andare a vivere piuttosto che un'altra é la disponibilità che la stessa offre in termini di scuole per i figli. I metodi per stabilire la qualità di una scuola sono obiettivi ed ineludibili e si basano prevalentemente sui voti che i ragazzini prendono nei test accademici: se la media dei voti é alta la scuola si distingue positiviamente, se invece essa é bassa la scuola si becca una cattiva nomea e di conseguenza chi se lo può permettere cercherà di andare a vivere altrove.
Una scuola peggiore comporta quindi inevitabilmente degli utenti più poveri, di conseguenza meno valore degli immobili che essi occupano e (se ci si trova in un piccolo comune) minor gettito fiscale per il comune di appartenenza. Si crea così un circolo vizioso perché minor gettito vuol dire peggiori servizi, quindi peggiore polizia, peggiori vvff ed alla fine peggiore scuola.

Le conseguenze di questo meccanismo sono facili da immaginare: consolidamento di classi separate e distinte come fossero diverse nazioni, segregazione razziale dilagante, mobilità sociale ai livelli dell'antico Egitto. È il paradosso di un sistema in cui la scuola pubblica anzichè colmare certe differenze le tramanda di generazione in generazione.

Adesso venitemi a dire che non é vero niente, di Obama, di questo o di quell'altro personaggio famoso: le eccezioni esistono proprio per confermare le regole ed anche per addolcire realtà molto amare come quella che vi ho appena descritto.
Questo non é il paradiso baby, questa é l'America

Ciao

Sulla vittoria del Movimento Cinque Stelle

venerdì, marzo 1st, 2013

Sapevo esattamente che sarebbe andata a finire così. Non mi sono stupito affatto. Sono contento del risultato elettorale? Dio bono se sono contento! Contentissimo. Un movimento di protesta primo partito a livello nazionale... Qualche anno fa sarebbe stato impensabile ma ora é realtà.

Badate bene una cosa: la mia opinione é che nonostante tutti gli sforzi ed i buoni propositi il M5S non riuscirà assolutamente a sistemare niente in Italia. Come direbbero qui: "too little, too late".  E' troppo tardi per correre ai ripari: le cose non andranno meglio, anzi andranno molto peggio di ora.
La ricchezza che fino a questi anni ci ha accompagnato non é un dono divino, non ci arriva perché siamo predestinati al successo. Tutt'altro! Essa é stata la somma di sforzi, di battaglie, di fortune ed intelligenze che si sono susseguite nei secoli: fango e sudore, lacrime e sangue.  Costruire é stato arduo e ha richiesto vite intere, per distruggere invece é bastato un soffio...

Non vi illudete: Grillo o non Grillo, nei prossimi decenni assisteremo ad un inesorabile e continuo declino della nazione Italia. Il M5S é semplicemente un tentativo disperato di evitare l'inevitabile, é la rivoluzione di quelli che da casa dei genitori (stando in pantofole) lanciano sassate cliccando sul mouse, é lo scintillio degli ultimi fuochi prima che arrivi il grande buio. Godiamoci lo spettacolo.

Ciao

Meritocrazia in Italia: la si vuole davvero?

giovedì, gennaio 3rd, 2013

Da quel che sento la storia della meritocrazia vista dall'Italia recita più o meno così:

In quel che faccio io sono il migliore di tutti (e se non io lo é di certo mio figlio, mio marito, mia moglie o mio zio). Il problema é che non conoscendo nessuno non posso farmi raccomandare (altrimenti non sarei qui a lamentarmi) pertanto sono disoccupato. E' ovvio che in un sistema meritocratico come quello degli Stati Uniti il mio talento verrebbe riconosciuto e troverei fianalmente il posto fisso che merito allo stipendio che dico io. Fatto questo aspetterei la pensione e vissero tutti felici e contenti.

 

Ma se veramente in Italia avvenisse un colpo di stato e fosse instaurato un sistema "meritocratico" come quello Americano, gli Italiani ne sarebbero contenti? Vediamo alcuni esempi:

  1. Un centro commerciale vuole rimanere aperto sia il Sabato che la Domenica. Qui i proprietari direbbero: sei disposto a lavorare nel weekend si o no? Se si bene, altrimenti troveremo qualcun'altro disposto a farlo. Del resto, perché mai tu (che evidentemente non sei un grande lavoratore) dovresti meritocraticamente passare avanti a me che invece sono disposto a lavorare giorno e notte? Dalle mie parti un centro commerciale dinanzi questa situazione ha coinvolto addirittura il Vescovo (hahahahah!) sostenendo che lavorare di Domenica é anti-Cristiano, non si può andare a messa e bla bla bla. Meritocrazia allora? Mmmmm...
  2. Dove sta scritto che i dipendenti pubblici devono guadagnare come quelli privati? Se io - lo Stato - ho bisogno di offrire servizi a basso costo che richiedono manodopera a bassa specializzazione (scuole, poste, amministrazione pubblica ecc) perché mai dovrei retribuire i dipendenti allo stesso livello dei privati che sono immersi in un contesto di competizione ed innovazione continua? Attenzione, non stiamo parlando di 1700 Euro anziché 1400. Qui parliamo di differenze sostanziali, roba die due, tre, quattro volte di meno.
    Lavorare per le Poste a New York equivale quasi ad essere disoccupati. Siamo sicuri che in Italia i dipendenti pubblici tollererebbero una situazione meritocratica in cui chi vuol lavorare nel pubblico si deve accontentare di stipendi così? Altrimenti che si accomodino pure nel privato! Chi li costringe? Mmmmm....
  3. Un amico manager di una azienda Americana che ha a che fare con l'Italia mi ha recentemente detto - sorridendo - che l'ufficio del personale Italiano con cui ha avuto modo di confrontarsi non riusciva a comprendere come mai due persone dello stesso gruppo che facevano lo stesso lavoro guadagnassero rispettivamente 50.000 e 150.000 dollari lordi all'anno. Mentre per gli Italiani una situazione del genere é molto strana qui é assolutamente normale. Lo stipendio infatti non dipende dall'anzianità o da un contratto collettivo nazionale bensì da criteri esclusivamente "meritocratici". Tradotto vuol dire che se sei bravo o insostituibile lo stipendio é alto se invece sei normale e l'azienda può fare a meno di te esso inevitabilmente sarà molto più basso. Semplice no?
    Siamo quindi sicuri che in Italia un 40/50/60enne accetterebbe di sedere vicino ad un neo-laureato ventenne guadagnando la metà rispetto a lui? E gli"scatti" di anzianità? Ed il contratto a tempo indeterminato? E gli assegni familiari? Mmmmm...

Certe volte penso che se in Italia non c'é meritocrazia é semplicemente perché gli Italiani (o comunque la maggior parte di essi) sotto sotto non la vogliono. Ammettiamolo: se fossimo stati per indole avvezzi alla competizione ed all'individualismo non ci sarebbe bisogno neanche di stare a discutere su queste cose. E' quindi evidente che il lavoratore Italico cerca a tutti i costi l'idillio di una vita fatta di certezze e di tranquillità, tutt'altro che la competizione indotta da un sistema puramente meritocratico! E se per raggiungere questo idillio bisogna scendere a compromessi, vendersi l'anima o aspettare decenni beh... pazienza! Alla fine, un bel giorno, quel mio amico vincerà finalmente le elezioni e così il posto fisso (e di conseguenza la pensione) magicamente arriveranno.

Ma no dai, lasciamo stare la meritocrazia... Davvero non é cosa per noi.

Ciao

Mezzo Newyorchese

mercoledì, luglio 25th, 2012

C'è una regola non scritta in cui si afferma che chiunque abbia vissuto per almeno 10 anni a New York City diventa automaticamente Newyorchese. Non importa se cittadino o meno, non importa che lavoro, non importa la religione e non importa neanche il luogo di nascita: se si vive qui da un decennio si è considerati essere di qui, punto e basta.

Oggi fanno cinque anni esatti che vivo a New York City di cui 13 mesi a Roosevelt Island ed il resto ad Astoria. Ho già speso il 33% della mia vita da adulto (ed il 41% di quella lavorativa) negli USA. Sono numeri che un pò mi fanno riflettere. Anzi un bel pò.

La città di New York la sento vicinissima alla mia dimensione. Ne apprezzo i pregi e ne giustifico i (pochissimi!) difetti. Una realtà accogliente ed a misura di immigrato in cui chiunque si sente subito a casa. Mai un episodio spiacevole, mai nessuno che mi abbia anche soltanto fatto intuire un qualsiasi tipo di insofferenza nei miei contronti.

La speranza per il futuro è quella di diventare Newyorchese per intero. Spero di essere fortunato abbastanza perchè questo avvenga ma qualora non fosse possibile le ragioni di quel fallimento sarebbero da ricercare esclusivamente tra i miei "shortcomings" piuttosto che in eventuali ed improbabili ingiustizie del sistema.

Dove c’è un’Antenna, c’è casa

domenica, luglio 22nd, 2012

Cominciò tutto durante le scuole medie, quando avrò avuto 12 anni e per via di alcune regalie relative a qualche festività ottenni un centinaio di mila lire da spendere a mio piacimento.
In quegli anni e a quell'età erano una cifra considerevole. Ricordo quando a cena detti la notizia ai miei genitori:  con le centomila avrei acquistato una Beretta F92. Ovviamente una replica che spara proiettili a salve, ma pur sempre in tutto e per tutto identica ad una pistola vera.

Ricordo molto bene come andò a finire, i miei non  la presero bene (un dodicenne con in tasca una pistola potrebbe avere le carte in regola per fare rapine in banca 4-5 anni più tardi) e così mio padre anziché giocare la carta della repressione autoritaria decise di scegliere quella del rilancio costruttivo e disse: "se non compri quella pistola i soldi li puoi tenere tutti e comprare qualsiasi altra cosa che pago io".

Era l'occasione che aspettavo da tempo e sapevo esattamente quello che dovevo chiedere. Risposi al volo: "vorrei la radio come quella di zio Salvatore, con tanto di antenna". Mio padre rimase un pò perlesso perché oltre alla spesa serviva istallare una grande antenna, far passare cavi per tutta la casa e richiedere una autorizzazione ministeriale. Una bella rogna insomma, ma intuito il mio entusiasmo per quella cosa accettò ugualmente.

Ebbi così il mio primo baracchino (il mitico "Alan 48"), un alimentatore Elbex da 3 Ampere ed una Ringo della Eco Antenne (verticale a mezz'onda alta 5.5 metri). Costo totale: 330 mila lire nel 1991-1992.
Da quel giorno ho sempre avuto un discreto arsenale di antenne a disposizione ed Antenna è diventato negli anni sinonimo di casa. Se non hai una antenna sul tetto vuol dire che non sei a casa tua.

Ebbene, dopo peripezie lunghe mesi, dopo dozzine di telefonate e di spiegazioni, dopo aver addolcito il portiere grazie all'intercessione di Ulysses S. Grant, ieri ho montato una antenna sul tetto del mio appartamento a New York City!
Si tratta di ben poca cosa rispetto agli standard a cui mi avevano abituato i miei amici DXer Italiani (un dipolo bibanda caricato 20/40) ma dopo anni di astinenza mi sento come se avessi il Very Large Array del New Mexico tutto per me.

Ci pensavo ieri sera mentre tornavo a casa dal tornero di Poker: ormai mi sento a casa e non mi stupisce più niente. Un tempo mi bastava intravedere la skyline di Manhattan per rimanere incantato, oggi invece la città e le sue meraviglie mi passano davanti quasi inosservate.
Ma cosa vuol dire essere a casa propria? Vuol dire semplicemente essere nato in un posto oppure condividere ed apprezzare la grandezza di un altro? Difficile rispondere in questa fase della mia vita. Per il momento vuol dire soltanto avere una antenna sul tetto.

73 de Alain K1FM

Ciao!

Queens Popolare ed Italia a confronto

martedì, aprile 24th, 2012

Stasera ero a Key Gardens, un quartiere popolare del Queens.

Vi dovete immaginare una zona grigia, diciamo anche abbastanza povera. Ho preso una pizzetta al taglio in un posto incasinato. Dentro nessun cliente oltre a me, gli sgabelli rattoppati col nastro adesivo, sulle pareti dipinti paesaggi costieri Italiani. Forse la Amalfi? Oppure la Liguria? Difficile dire quali fossero le intenzioni di chi li dipinse 20 o 30 anni fa. Dalla parte opposta un orologio omaggio di un qualche prodotto da cucina con "Buone Feste" scritto sul quadrante.
I negozi circostanti pieni di cose vecchie e polverose, le scatole della merce esposta nelle vetrine sbiadita dal tempo e dal sole. Un barbiere con dentro l'arredamento e la poltrona (vuota) anni '70, un bancomat talmente vecchio e sporco che non ho avuto il coraggio di utilizzarlo, un negozio di bigiotteria di un kitsch esagerato che condivide il locale con un Western Union Money Transfer. I grattacieli sono talmente lontani che ci si dimentica della loro esistenza. E' la New York di cui non è facile riuscire ad essere orgogliosi. La New York dormitorio, quella in cui se per sbaglio arrivasse un turista sarebbero i locali a fargli le foto.

Eppure è sempre New York: prendendo la metro dalla 51esima strada - proprio sotto il Citigroup Center - ci arrivi comodamente in 30 minuti esatti. I treni passano giorno e notte 365 giorni l'anno uno dietro l'altro. Uno che abita a Kew Garden può tranquillamente vivere senza automobile e recarsi a lavorare a Manhattan senza problemi. Lo fanno milioni di persone. 5 milioni al giorno, per la precisione.

La paga minima nello Stato di New York, quella sotto la quale è illegale scendere, è di $7.25 all'ora. E' difficile trovare un lavoro che paghi il minimo. E' più realistico considerare un 10 dollari all'ora, se non 15. Per  fare il ragionamento che sto per fare consideriamo una media (bassa per NYC) di $12 orari.
Ebbene, immaginiamo una coppia composta da due persone semplici, due proletari al primo impiego che si trovano un lavoro qualsiasi. Non dico una professione come quella del Barman o del Cameriere che potrebbe essere incredibilmente remunerativa, mi riferisco proprio uno di quei lavori in cui non sono richieste particolari doti o abilità.

Quanto si guadagna? $12 * 8 ore al giorno * 20 giorni = $1,92o al mese che in due sono $3,840

Tutto questo senza considerare straordinari, bonus o magari un lavoretto extra da fare nel weekend. Il minimo del minimo a NYC sono $3,840 al mese per una coppia appena sposata che si accontenta di qualsiasi cosa. Bene, ma l'affitto?
Un bilocale più che dignitoso a Kew Gardens costa circa $1200 dollari al mese ma cercando bene si può arrivare a spendere anche 1000. Tolte le tasse rimarrebbero dai $2000 ai $2500 al mese per vivere in due cosa che è abbastanza agevole se si vive senza automobile e non si mangia fuori troppo spesso.

Di questi lavoretti senza pretese è piena l'America. Si la recessione, la crisi, Wall Street... tutto quel che volete eppure io sono convinto che chiunque possa trovare un lavoretto da 10-15 dollari all'ora senza troppa fatica. Di sicuro è cento volte più facile che trovarlo in Italia!

Concludo: avete capito come da noi quattro trentenni su dieci vivono ancora coi genitori mentre da queste parti a vent'anni sono già tutti autonomi ed indipendenti? Non c'entrano i bamboccioni, non c'entra la psicologia, non c'entrano le mamme, non c'entra un cazzo di niente: il motivo è solo ed esclusivamente economico. Il modello sociale Italiano ha fallito e una intera generazione è stata cancellata. Le conseguenze di tutto ciò saranno imprevedibili. Forse irreparabili.

P.S.
So che arriverà qualcuno a menarla col pippone della Sanità Privata. La risposta è composta da una parola sola: Canada

Perchè Sanremo è Sanremo!

venerdì, febbraio 24th, 2012

Molti mi chiedono cosa non mi piace dell'Italia.

A farlo sono soprattutto quegli Italiani che non si rendono conto di cosa ci sia fuori o quegli Americani che oltre ai monumenti ed alla pizza non si rendono bene conto di cos'altro ci sia dentro.
Potrei scrivere per mesi su questo argomento ma mi limiterò a prendere spunto dal superbowl all'Italiana, l'evento mediatico dell'anno, il momento in cui tutta la nazione si raduna dinanzi al televisore: il Festival di Sanremo.

Un paese per vecchi

La manifestazione più importante della TV Italiana rispecchia bene la realtà gerontocratica del nostro paese. Una trasmissione dai colori e dalle modalità vecchie. Persino il conduttore è quasi sempre vecchio!
Gianni Morandi ha condotto due volte il festival e mi sta anche simpatico ma è nato nel 1944 ed ha esordito nel 1962. Fatevi questa domanda: se l'Italia fosse un paese gestito da giovani per i giovani secondo voi a presentare il festival avrebbero messo un cantante settantenne? O forse i giovani preferirebbero altri personaggi, altre canzoni, altre modalità per fare spettacolo?
Se poi certi personaggi "stagionati" riescono anche a far bene questa è l'ulteriore dimostrazione della mia ipotesi: l'Italia è purtroppo un paese ostile ai giovani. Un paese in cui stanno bene soprattutto i vecchi.

Un paese maschilista

Spero non pensate che sono un moralista bacchettone perchè sareste fuori strada (mi definisco piuttosto un liberista-libertario-libertino) ma non posso fare a meno di notare che nella TV Italiana - persino in quella pubblica - si vedono da sempre culi e tette a tutte le ore.
Perchè - per esempio - oltre al tatuaggio sul pelo di Belen (Belin!!!) non si è potuto vedere che ne so... un testicolo di Gianni Morandi? Ve lo dico io: perchè il target di questi spettacoli sono - oltre che i vecchi - anche i maschi. Quelli cioè che in un paese antiquato e patriarcale sono gli unici che contano davvero. Le mogli, le figlie, le fidanzate si ci sono... ma contano meno rispetto al maschio dominante. I pubblicitari questa realtà la conoscono bene e sanno che per vendere bisogna mirare alla popolazione maschile. Gli artisti non possono far altro che regolarsi di conseguenza integrando dosi massicce di patata nelle scalette. Del resto i conti tornano: non è questo il paese in cui si diventa ministro facendo soffoconi? Quello in cui si dice che è lecito prostituirsi per fare carriera? Tutto normale... ma solo per le donne resta inteso: siamo Italiani!

E poi Celentano, che fa rima con Vaticano...

Celentano fa leva - esattamente come Morandi - sulla moltitudine di anziani che nostalgicamente lo ascoltano cercando di rievocare emozioni risalenti agli anni '60.
Per carità, ha fatto della bella musica, forse anche la storia della stessa... ma lo avete sentito ultimamente? Dubito che riuscirebbe a vendere qualche cosa se non fosse per la sua (questa si veramente geniale) strategia di marketing degli ultimi anni che consiste nell'ergersi a grande difensore delle balene/profeta/predicatore da strapazzo.
Visto dall'estero la cosa più imbarazzate credo non siano i suoi pezzi cantati in Inglese maccheronico bensì il surreale monologo incentrato su dii, preti, paradisi e riviste di preti.
Torniamo sempre allo stesso discorso: secondo voi sono più interessati a certi argomenti quelli che il paradiso ce l'hanno ormai a portata di mano (Celentano ha 73 anni) oppure i giovani che devono pensare a problemi ben più terreni e concreti? Lo sa Celentano che solo il 30% dei giovani Italiani è credente e che altrettanti sono gli Atei? Lo sa che il 99% della popolazione europea non crede nella resurrezione dei corpi dopo la morte, che il 58,5% degli Italiani non pensa che dopo la morte vi sia un’altra vita, che il 44% non ci crede neanche nel paradiso? A chi parlava quindi Celentano se non al suo pubblico di vecchi infoiati della religione, quelli che forse tra 30 anni faranno la fine dei Dinosauri?
Ma poi, il festival della canzone Italiana non è forse destinato anche ai Cristiani Valdesi, ai Musulmani o agli Illuminati (gli Atei)? Non si potrebbe confinare la religione nell'ambito delle scelte personali di ciascun individuo?

Comunque bello Sanremo. Mi è piaciuto tanto. Mi chiedo se ci sono ancora le canzoni perchè non mi pare di averne vista o sentita neanche una in tutte le discussioni successive all'evento...

Saluti cari dal paradiso della terra promessa

Alain

Nuovo Mac su Craigslist

giovedì, febbraio 2nd, 2012

Craigslist è una sorta di bacheca annunci in cui si trova tutto. Anzi, è LA bacheca annunci Americana per eccellenza. Ci trovi le cose più impensabili. Ma tipo che ne so, vuoi un appartamento a Manhattan da 650 metri quadri e 6 camere da letto a 34500 dollari al mese di affitto? Su craigslist c'è. Oppure volete lavorare come "assistente personale" in casa di uno a cui dovrete camminare sulla schiena dopo avergli fatto mangiare i vostri avanzi? Eccovi servite. O magari siete interessati a fare una esperienza decisamente diversa dal normale? Le possibilità si sprecano. Insomma, per capire il polvernone che gira attorno a questa città basta farsi un giro su Craigslist. E' un tritacarne infernale, un macello. Da uscirne pazzi. (Io per fortuna che mi sono fatto la ragazza e ormai vivo una vita monacale altrimenti visto l'andazzo di un paio d'anni fa penso che a quest'ora forse sarei già morto...)

Il vecchio Macbook è ormai arrivato a fine carriera e mi sono quindi deciso di prendere un altro. Siccome la mia religione mi impedisce di acquistare computer, telefoni o automobili che si siano nuovi mi sono messo a cercare il mio "nuovo Mac usato" su craigslist. Badate bene, non è che io non spendo soldi eh... non mi prendete per un tirchio. Anzi, chi mi conosce sa che ho le mani bucate. E' che non riesco proprio a digerire la componente che il marketing impone nell'acquisto di certi aggeggi e quindi per principio mi diverto a cancellare più che posso i ricavi dei pubblicitari. 750 dollari per un Macbook Pro di un anno fa sono secondo me più che abbastanza... e così ne ho scelto uno in quella fascia.

Contatto il venditore via email e ci mettiamo d'accordo per incontrarci nell'Upper East Side in uno dei tanti Caffè lungo Lexington Avenue. Arrivo verso le 21.20 con in tasca una busta di contanti appena prelevati. Della persona che mi aspettava sapevo solo che aveva una giacca di pelle nera e che era seduta non distante dall'ingresso ed in effetti appena arrivo mi fa cenno un ragazzo vestito di nero.
Gli stringo la mano, mi siedo, avrà avuto qualche anno meno di me. Immediatamente non posso non notare la quantità di vistosissimi tatuaggi che aveva addosso. Erano sui lati del collo, sulle dita delle mani, sui polsi... dappertutto. Erano poi tatuaggi cattivi da gangster, non quelli bellini da fighetto che vanno ora. Roba tosta insomma.
Per un attimo, lo confesso, mi sono preoccupato. Non tanto perchè il Mac magari era rotto o qualcosa del genere, ma perchè potesse essere rubato. Sapete no, qui la legge è legge e "possession of stolen goods" (cioè ricettazione) è un crimine per cui si possono passare guai seri.
Poi però il Martinsicuro che è in me si è fatto un attimo da parte ed è subentrata la parte un pò più aperta: ma possibile che solo perchè uno ha 4 tatuaggi lo si deve classificare come un potenziale pericolo? Assolutamente no!

Ed infatti in qualche minuto il ragazzo si rivela di una modestà e di una tranquillità assoluta. Mi dice di essere un musicista di un genere che neanche conosco (figurati, un nerd come me...) e di essere cresciuto a Miami. Quando spiego da dove vengo salta dalla sedia e attacca a parlarmi in Italiano. Suo padre, mi dice, è di Trieste! Del Mac ha conservato tutti i manuali, le plastichine e addirittura anche la scatola. Tutto immacolato. Il rocchettaro mi ha fatto a livello personale una impressione talmente buona che non ho effettuato nessuno dei controlli capillari che avevo pensato. Lui, da parte sua, ha preso la busta coi soldi senza neanche contarli. Una stretta di mano, un sorriso, ed in poco meno di 5 minuti l'affare era fatto.

Oh, vi sembrerà una cazzata ma a me queste cose fanno riflettere. Tutto questo incrocio di storie, di razze, di realtà diverse, di esperienze, di vite che si incrociano anche solo per un istante e che poi proseguono ognuna per la sua strada. E' un trip mentale che vedi e rivedi ogni volta che a bordo di un Taxi osservi le fiancate dei palazzi, i volti dei passeggeri nella subway, le frotte di pedoni che attraversano agli incroci.
Questa sensazione continua di mescolarsi agli altri pur rimanendone sempre distanti e distinti è la differenza che c'è tra vivere in una grande città e vivere in un posto qualsiasi. Non si può tornare indietro.  Perlomeno non in maniera indolore.

Buona notte

Tutto pur di riuscire a non pensare

martedì, gennaio 17th, 2012

Negli ultimi giorni lo scopo è quello di non pensare.

Si, li avevo dei posti in mente... alcuni li ho anche scritti ma poi anzichè pubblicarli li ho cancellati. Sarà anche che ormai stiamo costantemente sotto zero ma sta di fatto che negli ultimi giorni sono particolarmente scazzato e disilluso. E' inutile che lo ripeto per la tremilasettecovettesima volta: sta cosa di essere un ospite mi scoccia, e soprattutto il fatto che non c'è modo (legale) di uscirne.

Ma dico io, ragionate assieme a me: Tizio viene qua e si sposa. Lo Stato Americano - che è uno stato civile e moderno - gli riconosce il diritto di rimanere a vivere da queste parti. Bene.
Caio invece viene qui a lavorare e lo Stato Americano dice: "vabbè... visto che il lavoro lo avevi ancora prima di venire, visto che la tua presenza fa girare l'economia e crea altri posti di lavoro americani allora facciamo stare anche te". Benissimo.

Passano diversi anni. Tizio si scopre che mette le corna alla moglie e così lei lo lascia. E lo Stato Americano che fa? Mica lo caccia via... noooo. Lo Stato dice: "e va bhe pazienza... non sei più sposato ma visto e considerato che sei stato qua per oltre due anni e magari hai la macchina, la casa, dei figli, gli amici ecc... ecc... ti facciamo rimanere quanto vuoi. A vita magari. E perchè no? Noi siamo uno Stato civile!". Tutto bellissimo fin qui.

E Caio? Caio fa ancora quel lavoro e però, purtroppo per lui, siccome non lavora per la Chiesa Cattolica SPA e le cose normalmente non durano in eterno dagli e ridagli alla fine il lavoro lo perde. E lo Stato Americano che fa? Mica gli riserva lo stesso trattamento di Tizio. Noooo... Lo Stato Americano gli dice: "caro Caio, hai tempo 24 ore per andartene altrimenti per noi tu sei un clandestino, con tutto quello che ne consegue. E stai attento perchè questa non è l'Italia e salire sulle gru qui non serve ad un cazzo di niente (anche perchè da noi le gru sotto sono ben recintate...). Se ti prendiamo da clandestino sono due calci nel culo e a casa per direttissima."

Insomma... ma è giusta sta cosa? Voi che ne pensate? Ma come si fa a pensare che uno può stare qua 10 anni senza un minimo di riconoscimento di niente, come un ospite con la valigia sempre pronta. Che situazione allucinante. Che esperienza di vita ragazzi... chi lo avrebbe mai detto che mi sarei un giorno trovato in questa condizione di precariato esistenziale.

Comunque oh... cambiamo argomento: sono tornato ai vecchi hobbies, quelli talebani davvero. Ho passato tutto il weekend ed anche il lunedì immerso in cose da pazzi tipo questa. Non è una bomba eh... Non vi fate strane idee! E' la parte iniziale del prototipo di una una antenna da paura. Una cosa tutta automatica mai vista prima che nell'ambiente dei nerd (vecchia scuola) farà scalpore.
Tutto pur di riuscire a non pensare...

Ciao

Compro una vitarella ma penso alle sorti del mondo

lunedì, gennaio 2nd, 2012

Le grandi Corporation, dopo essersi impossessate delle fonti di energia, della produzione di materie prime e dei grandi processi industriali negli ultimi vent'anni si stanno appropriando anche di tutti i canali di distribuzione del cibo, delle merci e dei servizi.

Qualche anno fa il caffè, la gelateria ed il negozietto sotto casa erano di proprietà di tuo padre o del padre di un tuo amico. Queste persone avevano un ruolo ed una professionalità importante, conoscevano bene un mestiere e da questo ricavavano la giusta ricompensa. Le loro attività commerciali erano uniche ed irripetibili e contribuivano a modellare l'essenza stessa della comunità che le ospitava.
Oggi lo stesso caffè, la stessa gelateria o lo stesso negozietto sono di proprietà di una multinazionale che non paga neanche le tasse perchè ha sede in un paradiso fiscale. Le persone che ci lavorano sono ridotte a compiere operazioni da catena di montaggio adoperando a pappagallo frasi mnemoniche da mentecatti. Sia il caffè che il gelato ovviamente fanno schifo - cose che in passato non avrebbero consumato neanche in prigione - ma che la gente apprezza ugualmente in quanto rimbambita dalla televisione o perchè comunque conosce solo quelle. I negozi tutti identici, insipidi, privi di qualsiasi peculiarità. Di riflesso, le comunità ospitanti diventano spettrali fotocopie l'una dell'altra, diabolici tasselli di un puzzle raffigurante l'essenza del nulla.

Vi chiederete il perchè di tutto questo pippone. Semplice: non bastava la chiusura del riparatore TV citato nel libro degli antichi negozi Newyorchesi, ieri mattina mi sono accorto che ha chiuso anche la storica ferramenta Walters, una delle più antiche di tutto il Queens.
Ci ero andato per prendere una vitarella per costruire una antenna ma davanti alla serranda mi sono accorto che all'interno degli operai la stavano demolendo. E' strano ma giuro che mi è caduto per terra un pezzo di cuore. C'era l'insegna fatta e verniciata come una volta, la vetrina obliqua particolare, e - vanto del proprietario intervistato in quello stesso libro - l'arredamento originale di mezzo secolo fa. Tutto andrà perso e rimpiazzato dall'ennesimo negozio di telefonini con su scritto "Rule the Air" oppure da un altra caffetteria imbecille in cui i dipendenti scrivono il tuo nome col pennarello sui dei bicchieri di carta prima di metterci dentro un "cappuccino" small medium o large.