Mio fratello ha messo i cartelli in giro per tutta Bologna per annunciare il mio arrivo prossimo venturo e così mi ha commissionato circa 350 Kg di souvenirs da portare in Italia per se, sua moglie e tutti i suoi colleghi.
Tra questi due felpe di AF, un negozio per cui vanno pazzi gli italiani sulla quinta avenue.
Non chiedete a me cosa possa avere di speciale perchè non ne ho idea. Chi mi conosce sa che io non compro mai vestiti perchè non sono capace (quando rarissimamente è indispensabile farlo delego qualche ragazza).
Una idea comunque la avrei. Credo si tratti del fatto che questa catena non esiste ancora in Italia, per cui quando ti compri la tua bella felpa AF puoi fare il maraglio con gli amici che ti chiedono: “che bella, ma dove l’hai comprata?” e tu con aria distinta: “a New York sulla quinta avenue…”. E loro : “sti cazzi!”
Ci dovevo andare domenica ma per entrare c’era una fila di circa trenta persone che attendevano pazientemente al gelo allora ho rimandato a stasera dopo il lavoro.
Entro e all’ingresso, come sempre, ci sono due modelli: uno maschio a petto nudo ed una femmina un pò svampita.
Subito all’interno vengo assalito da un profumo fortissimo che penso viene irradiato direttamente dall’aria condizionata. A me ogni volta si alza lo stomaco e poi quando esco me lo risento addosso per due o tre ore.
Penombra, musica a volume quasi da discoteca con tanto di dj e cubiste lungo le scale, comessi e commesse (bellissimi) vestiti all’altezza del luogo che dannola senzazione di essere ragazzi immagine e non venditori.
Entro e vestito come un cane (scarpe da 15 euro, jeans senza strappi o scoloriture, giubbotto blu spartanissimo di goretex comprato su ebay, cappellino rosso fuoco sopra le orecchie) mi divincolo tra famiglie intere di italiani infighettati da paura con addosso i milioni che discutono sulla maglia, sul jeans, sugli accessori. Tra me e me penso se farei più fatica a conversare sul calcio piuttosto che sull’ abbigliamento.
Trovo una cubista/commessa con le tette di fuori e tramite l’iphone le mostro la foto dei prodotti che cerco. Parliamo ad alta voce per sovrastare la musica ma la conversazione dura poco perchè lei non ne sa niente e mi indica (mentre balla) un commesso che nel buio intravedo da un altro lato del negozio/discoteca.
Raggiunto quest’altro commesso/cubista: capello liscio con riga da un lato, camicione a quadri stile fattore dell’Oklahoma anni ‘50, jeans stropicciato e (rigorosamente come tutto il resto del personale maschile) sandalo basso infradito di pelle (poche cose mi rivoltano come la visione dei piedi maschili. In inverno poi potrei anche vomitare).
Il fattore ne sa meno della cubista, così mi manda al bar (si lo chiamano bar!) delle informazioni dove trovo una che è uscita da un fumetto di Milo Manara (vestita decentemente però). Vede le foto ma se ne fa poco. Deve sapere IL NOME della felpa.
Faccio appello a tutta la mia calma e trovo il nome (assurdo) del prodotto. Lei apre un catalogo e ne estrapola un part number (alè) e riporta tutto su un foglietto di carta da portare di nuovo al fattore.
Il fattore vede il foglietto e dice: “mi dispiace, sono finite le maglie di questo modello”.
Così mi arrendo, mi rimetto il cappello rosso ed esco improfumato come una mignotta: ma andateve a zappare le terrazze di Manhattan debosciati! Tutto sto bordello per vendere quattro felpe del cazzo al quadruplo del prezzo che valgono!
Naomi Klein forever.


