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L’Italia è un’altra cosa

mercoledì, dicembre 7th, 2011

Oggi - come succede raramente - ho fatto un paio di fermate di metro per raggiungere il posto in cui dovevo andare a pranzo. Al ritorno dal pranzo ero alla stazione della 59esima strada. Una stazione di quelle grosse in cui in un giorno credo transitino almeno 100.000 persone... se non di più.
Non so perchè ma stavo aspettavo il treno sbagliato (uptown) quando mi accorgo che a pochi metri da me c'era un ex collega (Americano) che non vedevo da un annetto. Questo collega qui è stato anche un amico oltre che un collega. Per capirci,  è stato lui che mi ha mostrato quella New York che non trovate nelle guide turistiche. La New York noir... quella per molti, ma non per tutti. Insomma un compagno di avventure, di merende.  L'unico con cui avessi stretto un rapporto in qualche maniera Italico.

Io l'ho visto e gli ho fatto uno scherzo: "mani in alto!" mettendogli il telefono sulla schiena come fosse una pistola. Lui ha riso... come stai come non stai... il tempo di dire quattro parole e arriva il treno che lui stava aspettando che era veramente uptown e quindi diverso dal mio.
La cosa che mi ha stupito (ma che in fondo qui è normalissima) è che nonostante non ci vedessimo da un anno e avremmo avuto 1000 cose da raccontarci lui ha preferito salire sul treno e quindi tagliare a corto piuttosto che aspettare altri 3 minuti.

La gente qua è così... la vita è così! Non c'è niente da fare. La velocità dei rapporti umani ricalca quella degli spostamenti e degli impegni. Ci si conosce si... ma fino ad un certo punto. L'Italia in questo è tutta un'altra cosa.

The Watchman

lunedì, settembre 5th, 2011

Il vecchio palazzo in cui vivo nel Queens ha un cortile interno con dentro una piccola fontanella.
Tutto attorno alla fontanella le finestre dei vari appartamenti tra cui quella di un signore sui sessanta che punta proprio sul portone della scala B, la mia. Sto signore passa tutto il tempo davanti a quella  finestra: 0re ed ore fisso lì a guardare. Eppure non c'è molto da vedere! Nulla oltre a quella banalissima fontana ed al portone che si apre e poi si chiude facendo sempre lo stesso rumore. Lui però è sempre lì immobile e senza una espressione con una costanza tale da essersi meritato il soprannome di "Watchman".
Ogni tanto davanti a quella finestra mangia qualche cosa oppure fuma stancamente una sigaretta. Addirittura ieri notte siamo tornati tardi e lo abbiamo trovato addormentato al suo posto con la testa appoggiata sul tavolo e per un attimo abbiamo temuto che fosse morto.
Di lui si sa solo che è sposato e che è Rumeno perché ogni tanto si vede anche la moglie e una volta l'ho sentito scambiare qualche parola col super.  Devo trovare un modo per intavolare una qualche conversazione perché la sua presenza mi fa riflettere: un uomo affacciato alla finestra che ammazza il tempo come può, lontano da quel che rimane della sua famiglia, dagli affetti e dagli amici di una volta.  Mi piacerebbe sapere come è arrivato in America, da quando vive nel palazzo, cosa ne pensa di questo (almeno per lui) noiosissimo paese.

Sal

domenica, agosto 14th, 2011

Venerdì mangiavo un panino sulla quarantaduesima.
Il marciapiede stracolmo di gente che frettolosa si intreccia in direzioni opposte. Non di rado qualcuno si sfiora accidentalmente e la cosa generalmente si conclude con un "sorry" - "sorry" detto automaticamente senza neanche girarsi.
A na certa però si toccano due signori molto distinti, si vedeva che erano sicuramente due della ivy league: uno bianco, calvo, tatuaggi sulle braccia, alto circa 1.80 x 150 Kg con addosso una bombola di ossigeno e occhialini per respirare, l'altro nero cappellino classico in testa, alto sui 1.90 muscoloso.
In tre secondi si passa dalle grida alle vie di fatto: il bianco appoggia la bombola dell'ossigeno, si toglie gli occhiani e si lancia verso il nero. Volano parole grosse, qualcuno si ferma per gustarsi la scena, io continuo a mangiare il panino a circa 5 metri di distanza.
La rissa però non parte... nonostante le insistenze del bianco "Just because I have the oxygen you think you can't take care of myself?!? Come here you motherfucker!..." il nero invece indietreggia e se ne va rinunciando alla lotta.
Allora il bianco torna indietro, si rimette l'ossigeno, e vede che io avevo assistito a tutta la scena così mi chiede: "You saw everything didn't ya? Was I right or was I wrong? Tell me the truth, was I right? Did you her what he said to me?"
Io ovviamente gli davo ragione al 100%... senza neanche il minimo concorso di colpa.

Lui si avvicina, e si mette a parlare. Dice di avere l'ossigeno per via dei tre pacchetti di sigarette al giorno che fumava, e di essere stato in galera un paio di volte.
La prima perchè a 12 anni aveva sparato ad una persona che aveva molestato sua sorella, la seconda a 21 perchè scappando dalla polizia (il motivo non si sa) si è fatto rincorrere da Staten Island fino a Manhattan (!!!) e durante la fuga ha urtato l'auto della polizia... Nessuno si era fatto male ma si dovette fare ugualmente 3 anni di carcere.
Io allora subito chiedo: ma dimmi, in galera come si sta... avevi paura? E lui: "ehhhh si eh... quando entri che sei giovane e non sai le cose come funzionano hai molta paura... poi però capisci e diventa tutto normale"

Allora mi permetto di dargli un consiglio. Per evitare di passare dalla ragione al torto, visti i precedenti e vista la sua attuale situazione, anzichè attaccare la rissa avrebbe dovuto buttarsi per terra e far chiamare un'ambulanza. Lui con quella bombola dell'ossigeno a tracolla avrebbe potuto mettere nei guai chiunque.
Lui ci pensa un attimo, arriccia le ciglia e fa: "Ma intendi che mi devo buttare a terra DOPO che gli do un pugno in faccia... giusto?" heheheheheh si può o meno

Poi sente il mio accento e mi chiede da dove venivo.  Gli dico che sono Italiano e lui: "Ohhhhhh PAISANO!....."
Di bene in meglio.

Esce fuori che lui non si chiama come dice di chiamarsi, bensì "Sal" (il cognome non lo ricordo, ma Italianissimo) e che ha cambiato nome per evitare che il suo passato burrascoso tornasse sempre alla ribalta con la polizia. Mi dice che i suoi erano di CORLEONE... (!!!) e che suo nonno dovette scappare a Napoli per evitare di essere ucciso e che da lì si imbarcò per New York City.
Il fatto che anch'io ero Italiano deve averlo riempito di gioia ed il suo racconto diventa un fiume in piena: gli anni passati a guidare il camion, le corna messe alla prima moglie, le risse in carcere.

Mi domanda da quanto sto in America. Dico quattro anni e lui risponde: ahhh ma allora sei Americano. Alla mia smorfia lui pronto ribatte: "I got it, you gotta deal with that Green Card shit... you gotta do what you gotta do man..."
Arriva a prenderlo la macchina, mi saluta stringendomi la mano e poi abbracciandomi come fossimo fratelli. Dice: "mi piacerebbe parlare di nuovo con te". Rispondo che chissà, magari ci si rivede sulla quarantaduesima a ora di pranzo.

Cinque minuti di conversazione con un uomo al tramonto della propria esistenza, un uomo solo solo, malato, nessuno con cui parlare... uno che pur di riuscire ad evadere dalla morsa dell'indifferenza che lo attanaglia è disposto a lottare fino alla morte.
Cinque minuti di racconti della New York gangster Italo/Americana che ormai sopravvive soltanto al cinema, una testimonianza diretta di quel che succede quando il sogno Americano si trasforma in un incubo.

Per me queste storie sono meglio di un film.

Holy mother of God!

giovedì, luglio 14th, 2011

Oggi mentre tornavo a casa mi sono trovato in mezzo ad un acquazzone così mi sono fermato sotto un negozio per ripararmi dal vento e dalla pioggia.
Ecco che ad un certo punto arriva un vecchietto e si mette a fianco a me. Avrà avuto più di 75 anni, capello bianco, occhiali grandi vecchio modello, pantalone classico, in testa il cappellino d'ordinanza blu "USS NIMITZ - CVN 68".

Ad un certo punto nel bel mezzo di tuoni e lampi gli cade per terra un oggetto. Io lo raccolgo e glielo rendo. Lui ringrazia. Siccome ero un pò annoiato gli faccio: "So you served on the Nimitz?". E lui (APRITI CIELO): "No No No... ci lavorava mio figlio... io invece ero progettista ho progettato tutte le navi da guerra. Ma navi che scatenano l'inferno eh... non c'è n'è per nessuno davanti alle nostre navi". Perfetto... io gli ho dato subito corda e così ho trovato un bellissimo passatempo per ammazzare quei 10-15 minuti finchè non smettesse di piovere.

La cosa fantastica è che sto signore nonostante l'età, nonostante i saldi principi militareschi, nonostante la ferrea fede religiosa mentre mi raccontava che entro cinque anni ci sarebbe stata la terza guerra mondiale lo vedevo che buttava l'occhio alle ragazze che passavano! E aveva anche un certo buon gusto... Hai capito il nonno?!?
Ad un certo punto passa una caraibica - una cosa di quelle che fanno girare la processione - e lui girandosi per vederla passare si interrompe e sbotta sottovoce: "Holy mother of god!..." heheheheheheeh A quel punto mi ha visto sorridere e così mi confessa: ehhh sono ormai vecchio... l'unica cosa che mi manca è la "concha" "goncha" o qualcosa del genere in spagnolo. Priceless veramente...

Avrei voluto fargli una foto ma mi sembrava irrispettoso e così ho desistito. In compenso però ho fatto una foto all'arcobaleno.

Ciao

We are New York

martedì, marzo 15th, 2011

All'incrocio tra Broadway e la 42esima, incurante del marasma generale delle migliaia di persone che ogni minuto attraversano quell'incrocio, arriva una ragazza Giapponese dalla pelle di porcellana finissima.
Porta un cappottino chiaro di raffinata stoffa orientale che con un insolito cappuccio le copre la testa. Sulla schiena (proprio sotto il bacino) finisce obliquamente risultando quindi leggermente più lungo da un lato. Sui bordi inferiori, sulle maniche e sul collo una pelliccetta bianca.
Dal cappuccio si vede chiaramente il suo visetto truccato in modo da far risaltare all'interno di un contorno bianchissimo  la grandezza smodata degli occhi (ma che porta le lenti che ingrandiscono le pupille?!?) oltre ad un rossore esagerato delle gote.
Poco distante due poliziotti sono fermi, con le spalle rivolte verso la vetrina di Champs, un negozio di scarpe. Tra uno dei due e la giapponesina c'è uno sguardo di qualche secondo. Lei sorride, ma evidentemente non è lì per farsi la foto con la polizia di NY perchè ha in mano un telefono e si piazza in un punto esatto dell'incrocio, come se stesse aspettando qualcuno.
Ma chi aspetta questa bambolina del sol levante? Passano poco meno di due minuti e si scopre l'arcano.
Da dietro l'angolo sbuca fuori il cugino povero di Mike Tyson: un nero dall'altezza e dal torace imponente, che se solo avesse voluto con una testata avrebbe potuto sfondare la vetrina del negozio di scarpe.
La coppia si avvia verso uno dei tanti teatri di Times Square: lui serissimo e con lo sguardo di pietra, lei sorridente ed indiscutibilmente contentissima del suo arrivo.

Allo stesso incrocio, poco dopo, arriva uno sui cinquanta vestito da Elvis Presley.
Ha in testa una chioma inverosimile, grande almeno il doppio di quella originale di Elvis ed è vestito tutto di pelle nera. Nonostante sia notte ha un bel paio di occhiali da sole intonati col personaggio.
Sia chiaro: di fenomeni ce ne stanno tantissimi a Times Square. Ma stavolta qualcosa è diverso. Non siamo di fronte ad un altro Batman, Spiderman, Naked Cowboy o Mikael Jackson che cercano solo di alzare qualche dollaro facendo divertire i turisti. Elvis no. Elvis lo fa perchè ne è convinto, lo fa per passione. Lo fa perchè forse, è veramente convinto di essere Elvis.
Ed infatti al semaforo del passaggio pedonale si ferma di fianco ai passanti e a distanza ravvicinata canta e ci da dentro di bacino mimando alla perfezione the King of Rock and Roll. Muove le braccia in avanti, si dimena... poi scatta il verde e la gente prosegue per la sua strada. Lui rimane da solo, aspettando per poter ricominciare. Altro rosso altro giro.

In metropolitana, sulla linea N, c'è una ragazza mora. E' ancora piacente, ma alcuni particolari dimostrano in maniera spietata l'eta. Gioca col suo iPhone, legge e rilegge messaggi che le ha mandato chissà chi.
Sorride sotto i baffi, è incuriosita, soddisfatta ed è chiaro che pur non essendo più una ragazzina lei ancora ci si sente.
Non porta anelli (ed è quindi matematicamente single) ne abiti da lavoro. Torna di sera tardi da Manhattan verso casa nel Queens. E' una ragazza che vive il sogno di molte altre, è il prototipo di "Sex and the city": libera, single, sola. Alla 36esima avenue si alza e se ne va.

Di fronte alla ragazza c'è un uomo sui quaranta col capello fin sopra le spalle e un paio di lunghi baffoni.
Porta un poncho messicano dai colori cangianti che sembra un tappeto con un buco al centro per farci entrare la testa.
Legge un libro di informatica, e da come (e cosa) sottolinea risulta evidente che di informatica sappia poco o nulla. Eppure sta studiando, si sta riqualificando, sta inseguendo un progetto, sta realizzando un sogno.
A ragione o a torto il nostro amico sembra essere consapevole che qui non è mai troppo tardi per rimettersi in gioco e lui, libro in mano alle undici di sera, col poncho dentro la metro, gioca.

Incontri newyorchesi

venerdì, novembre 19th, 2010

Oggi ho fatto due incontri newyorchesi. Entrami durati pochi minuti: il tempo di due chiacchiere, quattro risate e via, avanti il prossimo. Ci si saluta per non vedersi mai piu'.

Il primo sulla quinta avenue tra quarantuno e quarantadue. Ero con un collega Italiano e ad alta voce, al centro della strada, la conversazione era del tipo: "ma sei un coglione! per andare da H&M potevamo attraversare subito! - Ma no che attraversiamo... dopo non rompere il cazzo". Mentre discutiamo un ragazzo nero tutto incravattato fa: "are you Italians, do you need directions?". E io: "no, we live here, but my friend is a little retarted...". Il nero si mette sa ridere e cosi' facciamo un tratto di strada assieme. Scopriamo che ha studiato per un anno in Italia. A Chieti Scalo... pensa te. L'Italia gli e' piaciuta talmente tanto da essere rimasto ancor piu' del necessario. Ricordava soprattutto i luoghi di mare e ha nominato Francavilla, Pescara, Chieti, Pineto.
Gli chiedo io: ci vivresti in Italia? E lui: "maaan, are you kidding me? For sure... that place is great!". Allora ci mettiamo a ridere perche' io e il mio collega, al contrario, faremmo carte false per rimanere a NYC. Per la serie "l'erba del vicino e' sempre piu' verde" lui allora commenta sorridendo con un: "that means you got problems my friend!". Ma ragionate un secondo: ve lo immaginate uno studente universitario americano coi soldi in tasca, palestrato, nero, al mare sulla costa Abruzzese? Questo qua i preservativi li avra' fatti rincarire in quel periodo. E ci credo che gli piace l'Italia!... Ci mancherebbe altro.
Ci siamo salutati con una tenace stretta di mano proprio sotto uno dei semafori di quarantadue e quinta.

Stasera poi ero con un Newyorchese purosangue, un collega di un "ufficio" diverso rispetto a quello del collega di cui sopra. Prendiamo un taxi e, cosa rarissima, si ferma un tassinaro anch'egli Americano. Sto tipo era veramente da film: sui trentacinque/quaranta, capello lungo fino a meta' schiena col baffo, un accento di ny fortissimo. Guida il taxi dal 1994. Giuro che se avessi avuto una telecamera avrei pagato la corsa ad oltranza pur di poterlo riprendere mentre raccontava le sue storie di vita notturna nel taxi. Priceless, sia nei contenuti che nella prosa. "I've seen it all man... believe me... all!" Ci ha raccontato che una volta sulla dodicesima avenue, a notte fonda, ha visto un tipo nudo che stava a novanta su un idrante dei vigili del fuoco mentre un fotografo professionista lo fotografava da dietro. Il bello e' che mentre era a novanta, con la faccia stava leccando per terra della ... cioccolata (mettiamola cosi') Ci ha anche raccontato di una coppia un po' brilla che a fine turno ha preso il taxi. Ebbene, lui si e' dimenticato di lei. L'ha trovata addormenta il dispatcher quando ormai il taxi era rientrato al garage.

Mi sto vedendo uno ad uno tutti i film di Jim Jarmusch. Che citta'!

Buona notte

Martinsicuro Vs New York City

domenica, ottobre 19th, 2008

Vivo ancora sincronizzato sul fuso orario di New York per cui vado a lavorare praticamente senza dormire per niente.
Da domani mattina sarò infatti a Firenze, occasione di abbuffate senza euguali di buon cibo arte e cultura.

Da queste parti cammini una domenica pomeriggio ed incontri tutti quelli che avresti dovuto incontrare. Vai in un qualsiasi locale e rivedi ancora una volta le stesse persone.
Una volta pensai ad una massima:  entrando in un qualsiasi esercizio pubblico, qui è impossibile che dentro non ci sia qualcuno che ti sia mezzo parente o con cui non sei almeno andato a scuola.
E' così sul serio. Fidatevi di me.

Tutto quello che trovi a NY lo trovi anche qui. Anzi magari qui sei più padrone della situazione: qui puoi avere una faccia oltre che ad una data di nascita sulla patente di guida all'ingresso del bar.
Qui ci sono meno controlli, meno regole, meno problemi.
Il limite di posti come questo non sono i divertimenti, non sono i locali, non è la geografia, non è l'estetica.
Il limite sono le persone. Le persone che mancano.
Qui conosci tutti, e sai già tutto anche di quelli che ancora non conosci.
In città invece ci sono idee, c'è diversità, c'è scambio ed interazione continua.

(Poi ovviamente c'è anche più figa... resta inteso.)

New York People

giovedì, luglio 3rd, 2008

Centiaia di cadetti della polizia di NY, appena diventati agenti, escono dalla Penn Station con le loro alte uniformi blu scuro, la loro visiera esagonale, gli stemmi della polizia luccicanti e nuovi di zecca.
Attorno a loro migliaia di parenti accorsi per vedere la cerimonia. Gli abiti della festa. Fotografie di rito e strette di mano. Lo sguardo fiero di genitori e nonni ispanici che consegnano a pieno titolo i loro successori al paese che li accolse un giorno come immigrati.

Sacerdoti di una strana chiesa cristiana in paramenti medioevali predicano lo sterminio della razza bianca e la supremazia di quella nera all'angolo nord east di Herald Square.
Piccoli gruppi di loro fedeli ascoltano attenti i passi della bibbia gridati a squaciagola esprimendo tutta la loro rabbia con parole o gesti di approvazione.
I bianchi che incuriositi si fermano a guardare vengono puntati dall'indice severo del predicatore ed usati come bersaglio delle invettive violente e razziste.
Fotografie di neri torturati e ritagli di giornali riempiono il marciapiedi tutto intorno.
L'aria è carica di un odio secolare e forse indelebile.

Dalla parte opposta, nell'angolo sud east, due ragazzi neri della muscolatura hollywoodiana si allenano facendo flessioni per terra e push up sul semaforo pedonale. Sono coperti di tatuaggi e sudati a morire.
Nonostante l'incrocio sia attraversato da almeno 2000 persone al minuto si comportano come se fossero soli nella palestra sotto casa.

Poco distante un uomo sui cinquanta col sorriso stampato in bocca solleva una enorme croce con sopra scritto "Jesus" salutando tutti i passanti.
Non parla, non grida, non lascia volantini. Alza la croce e sorride.

Al centro dell'incrocio due agenti del traffico in guanti bianchi, sfoggiano movimenti rapidi e decisi, quasi marziali, cercando di velocizzare l'enorme flusso di veicoli che dribblando i pedoni si fanno strada nel pieno centro di Manhattan.
Let'go! Let'go! Let'go! gridano ogni tanto a chi tentenna rischiando di rimanere bloccato nel bel mezzo della confusione. Non c'è spazio per gli indecisi. Non nel traffico di New York.

Schiavi

martedì, giugno 17th, 2008

Oggi un ragazzo si è messo in piedi su un davanzale del sesto piano nel palazzo di fronte al mio. Con una mano si teneva attaccato alla finestra, con l'altra lavava la parte esterna dei vetri. Nessuna protezione, nessuna corda. Ogni tanto (come si vede nella foto) appesa la spatola nella tasca dei jeans si spostava da una finestra all'altra, chiudendo e aprendo gli slider coi piedi.

Scommetto che si trattava di un clandestino che si stava guadagnando 10 dollari o poco più. Nessuno lavorerebbe in condizioni del genere tra le persone del posto.
I clandestini sono gli schiavi del nostro tempo. Una volta Roma faceva guerre in tutto il Mediterraneo per procurarseli.
Oggi invece non serve più catturarli con la forza. Non serve più nemmeno andare a prenderli.

Vengono da soli.

Beautiful! Beautiful!

martedì, giugno 3rd, 2008

Le temperature si sono alzate e ormai siamo in piena primavera. Nel weekend passeremo i 30 gradi.
Stasera dopo cena ero in bici sull'isola e ho approfittato per andare a vedere chi c'era a giocare a tennis di notte. Con stupore scopro che si gioca fino alle 22 ed anche oltre.
Gia' che c'ero ho fatto un giretto al faro. In quel punto, all'estremo nord di RI, l'East River sembra un piccolo lago. Stasera la corrente era lenta ed andava verso Nord. Da lontano i palazzoni del Bronx facevano da contorno, a destra i project (case popolari) del Queens ad a sinistra la parte alta dell'Upper East e l'inizio di Harlem.
Tutto calmo e silenzioso. Sono rimasto per qualche minuto per poi tornarmene indietro.
A casa il portiere in doppiopetto Ritchie mi ha fermato per chiedermi della bicicletta. Lui ne ha una uguale rossa e la usava per venire al lavoro dal Queens. Ha smesso dopo che una macchina lo ha tirato sotto.
Dice che con la moglie ha visitato l'Italia da Venezia ad Amalfi. "Beautil! Beautiful!" ripeteva col suo marcato accento di NY. L'accento di questa zona e' simpatico... veramente americano.
Certe volte mi sforzo di imitarlo senza neanche accorgermene. Del resto facevo lo stesso a Fermo, a Giulianova, a Bologna o ovunque mi sia capitato di sentire accenti diversi dal mio.
Vista la puntata di Annozero doccia e poi a dormire. Anche per oggi e' fatta.


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