Silvio Berlusconi su “la Padania”, anno 1998

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8 Luglio 1998 prima pagina

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Berlusconi mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo

Dai miliardi per comprare la futura Milano2, alle società siciliane con parenti di Buscetta: al signore di Arcore la parola. Spieghi, e sia chiaro.

BERLUSCONI E COSA NOSTRA

CAVALIERE, RISPONDA A 11 DOMANDE E POTRA’ SCAGIONARSI

TANGENTI ALLA GDF

Silvio condannato a 2 anni e 9 mesi Assolto il fratello Paolo

Sicilia: decine di arresti per intrecci affaristici. Campania: truffai all’Aima con l’aiuto delle Fiamme Gialle

Mafia, camorra, Politica, Finanza

Signori il piatto è servito: ecco l’Italia, come prima, peggio di prima

Questo Paese non cambia. Anzi non può cambiare : è malato fino al midollo, alla faccia di chi si ostina, per salvare se stesso, a volerlo mantenere in piedi così com’è ridotto. Volete un assaggio di ciò che la cronaca ha proposto ieri? Tanto per gradire in Sicilia, fra Palermo e Trapani, sono state effettuate decine di arresti. In galera sono andati mafiosi, politici di un certo rilievo, imprenditori (compreso qualche manager di grandi imprese come la Impregilo, gruppo Fiat). La magistratura avrebbe così scoperchiato un intreccio diretto fra i boss di Cosa Nostra e un nugolo di esponenti politici tutti ruotanti intorno alla ex Dc e all’ex Psi. Ma non basta. A Napoli sono stati emessi oltre cento mandati di cattura per una truffa arcimiliardaria all’Aima: coinvolti la Camorra e numerosi esponenti della Guardia di Finanza. Un dato per tutti: stando ai numeri della truffa la provincia di Caserta avrebbe prodotto più frutta di Campania, Sicilia e Lombardia messe insieme.

Avanti così, signori.


8 Luglio 1998 pagine 2-3

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Signor Berlusconi, chi le diede nel ’68 l’equivalente di 32 miliardi d’oggi per acquistare i terreni? Dica

MAX PARISI

Basta. Basta con questa indicibile manfrina messa in piedi dai mezzi di comunicazione di massa

sulle vicende giudiziarie – specialmente quelle palermitane – di Silvio Berlusconi. E arrivata l’ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinché una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare – se ne è capace – che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare. A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, già da ora – signor Berlusconi – le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggerà in questo articolo è frutto di “pentimenti”, e nessuna delle domande che le sto’, per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti pentiti”. Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini’ e su documenti amministrativi che in ogni momento – se lo riterrà – potrò inviarle perché si sinceri della loro autenticità.

Detto questo, prego, legga, e mi sappia poi dire.

Partiamo da lontano, perché lontano inizia la sua storia imprenditoriale, signor Berlusconi.

Primo quesito: lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società – l’Edilnord Sas – acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove di li a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l’area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portala. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l’acquisto – intendo dire nei mesi successivi – lei apri un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all’edificazione di Mlano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l’area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offri e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall’avvocato di Lugano Renzo Rezzonico “sue finanziatrici”, così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt’altro che raccomandabili. Si, perché – mi creda signor Berlusconi – nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, e rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si tratò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto.

Secondo quesito: il 22 maggio 1974 – certamente lo ricorda, signor Berlusconi – la sua società “Edilnord Centri Residenziali Sas” compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove o da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.

Terzo quesito: il 2 febbraio 1973 lei fondò un’altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola Impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.

Quarto quesito: lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita “Milano2 Spa” tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato “Milano2″ più alcune aree ancora da edificare di quell’immenso terreno che lei comperò nel ’68 per l’equivalente di più di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa – come lei senza dubbio rammenta – viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, “forte” di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell’epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale.
Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.

Quinto quesito: signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l’8 giugno 1978 lei fondò a Roma la “Finanziaria d’Investimento Srl” – in sigla Fininvest – dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). I1 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d’oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall’avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l’altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata “fusa” con un’altra sua società dall’identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc’anzi alla base dell’edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa.
Infatti la Fininvest Spa venne anch’essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l’11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi. Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell’epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l’aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull’origine dei fondi, altri 2 miliardi, della “gemella” Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell’economia del Paese.

Sesto quesito: lei, signor Berluscom, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell’esistenza delle 22 (ma c’è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di “Berlusconi, gli affari del Presidente” siano molte di più, addirittura 38) “Holding Italiane” che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l’elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell’aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l’inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene – sono sue parole – l’intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l’unico scopo per il quale l’inventò consisteva – e consiste tutt’oggi – nell’aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così.
È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata – ad esempio – con l’assetto patrimoniale di un altro big dell’imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat.
In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che “dietro” le 22 Holding c’è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente.
Questa: c’è un indirizzo – a Milano – che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant’Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria – ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui – denominata Par.Ma.Fid.
A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini.
Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par.Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale – in un perfetto gioco di scatole cinesi – a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima.
Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna. Infatti lei – che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti – non può non sapere che la Par.Ma.Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito – esattamente nello stesso periodo – tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bonn, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Canneto Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona.
Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano – mi passi il termine – i suoi “soci”, signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant’Orsola civico 37. Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto – o i volti – di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all’altro “giro” di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.

Settimo quesito: è universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è “nato col mattone” per poi approdare alla televisione. Proprio sull’edificazione del network tivù è incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo – del tutto evidente – fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata “nazionale” e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell’acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual è, non può non avere preso informazioni all’epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al “pentito Buscetta” del 1984, ma al super boss che nel ’79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontale, il capo dei capi della mafia siciliana.
Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari – tramite Adriano Galliani – con gente di questa risma? C’è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto – nativa di Misilmeri, appunto – fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini.
Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, can ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano – con i Rasini i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali – e di chi – Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt’oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla “serietà” e la “moralità” dei nuovi soci – il clan Inzaranto – quando tra il 1979 e l’80 diveranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale?

Ottavo quesito: certo a lei, signo Berlusconi, il nome della società immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto.
È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all’iniziativa edilizia denominata Milano3.
Così pure ricorderà che nel 1976 l’esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500; e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò?

Nono quesito: lei, signor Berluscom, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l’Immobiliare idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d’oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?

Decimo quesito: signor Berlusconì, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere – l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma.Fid., lei ha scelte una società fiduciaria – questa volta domiciliata in Svizzera – al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi., mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre “esportava” forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 2 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster fini in galera il 15 novembre del ’91, nella primavera del 1992 – cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali – il suo Milan “pagò” una forte somma “in nero” – estero su estero – per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi?

Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di “pentiti” veri o presunti non c’è traccia negli 11 quesiti. Semmai c’è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c’è chi l’accusa che quell’oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome.

É un’occasione d’oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d’ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.


Perché, signor Berlusconi, lei si ostina a tacere? Dica l’identità dei suoi finanziatori

Per quale motivo, Cavaliere, fece amministrare importanti quote della Fininvest alla società Par.Ma.Fid. Di Milano? Sapeva che gestiva anche i patrimoni di boss mafiosi?

Tra il ’68 e il ’79 Berlusconi eseguì aumenti di capitale per centinaia di miliardi.

Soldi di chi?

Da Palermo arrivano notizie gravissime: Silvio Berlusconi è sotto inchiesta per riciclaggio di capitali di Cosa Nostra. Noi offriamo al Cavaliere la possibilità concreta di smentire e distruggere ogni sospetto al suo riguardo. È sufficiente che risponda – punto per punto, nome per nome – alle nostre richieste di chiarimenti sulle sue attività imprenditoriali. Spieghi, citi chi, come, dove e perché gli fornì nell’arco di 10 anni, all’inizio della sua carriera, i fortissimi capitali che permisero a un giovane di soli 32 anni e senza patrimoni familiari di mettere in moto una macchina edilizia capace di costruire interi quartieri. Sveli questo mistero e prosegua facendo cadere gli altri schermi che impediscono di capire le fonti di così tanto denaro e le successive, strabilianti, scelte gestionali. Parli, Cavaliere. Parli o taccia per sempre.


Oltre gli “anonimi” flussi finanziari, c’è un altro mistero da svelare

Un impero di prestanome

Caro Silvio; perché li ha usati dal ’68 all’84?

Casalinghe e praticanti notai, queste furono le prime coperture di Berlusconi che grazie a loro, per oltre 10 anni, rimarrà nell’ombra. Perché?

L’altra faccia della medaglia. Signor Berlusconi, certo che abbia letto l’articolo della pagina a fianco, ora vengo ad affrontare con lei un’altra questione – per nulla marginale – che sta alla base dei sospetti di riciclaggio su cui i magistrati palermitani stanno indagando.

Nella sua scalata all’empireo dell’imprenditoria nazionale c’è una costante che sconcerta, anzi, allarma: è l’inconcepibile, continuo, inarrestabile uso di prestanome che lei ha fatto dal primo giorno della sua carriera imprenditoriale. Vuole che le rinfreschi la memoria?

Mi spieghi il senso, tanto per cominciare, della nascita della sua prima società, costituita il 29 settembre 1968 a Milano.

Col nome di “Edilnord centri residenziali Sas di Lidia Borsari & C.”, laddove la signorina Borsani – se non dico male una sua cugina, signor Berlusconi – era il socio d’opera, mentre il socio di capitale era la “Aktiengesellschaft fur Immobilienanlagen in Residenzzentren Ag” di Lugano che infatti fornì i 50.000 franchi svizzeri del capitale, prese vita l’impresa che di lì a poco sborserà più di 3 miliardi per comprare l’area dove verrà costruita la città satellite di Milano2 nel Conume di Segrate.

Era una bellissima iniziativa imprenditoriale, signor Berlusconi. Un’iniziativa di cui andare fieri, che qualsiasi altro imprenditore avrebbe firmato col proprio nome a caratteri cubitali. Lei no. Lei rimase nell’ombra, tanto quanto restarono nell’ombra i veri fornitori di quei primi 3 miliardi in contanti del 1968. Una bella somma, sa? Oggi varrebbero più di 32, proprio il numero che segna gli anni che lei aveva quando questa gigantesca fortuna finì nelle sue mani.

Ecco, se questo fu il primo caso di prestanomi al suo servizio, i successivi che la riguardano denunceranno uno stile che rimarrà costante per almeno 10 anni, i suoi primi 10 anni d’attività, signor Berlusconi. Ricorda? La Italcantieri Srl, uno dei suoi bracci operativi nell’edilizia, nasce il 2 febbraio 1973 a Milano avendo come soci Renato Pironi, un giovane praticante notaio, ed Elda

Brovelli, una casalinga senza alcuna occupazione o titolo di studio inerente l’attività della società che va a fondare e per la cui “opera” percepirà solo 600.000 lire. Eppure lei usa questi due perfetti sconosciuti – nonché incompetenti – per far muovere un’impresa che dovrà affrontare un progetto colossale: l’edificazione e l’ultimazione di Milano2. Perché?Inoltre, mi permetta signor Berlusconi, i due suddetti – la casalinga e il praticante notaio – nell’atto di costituzione della Italcantieri risultano essere rappresentanti di due potenti quanto discutibili società svizzere: rispettivamente la “Eti Ag Holding” di Chiasso per la signorina Brovelli, e la Cofigen Sa per il giovane Pironi.

I suoi due prestanome, signor Berlusconi, a loro volta rappresentavano i finanziatoti? Lei non può non sapere chi si celasse dietro la Eti Holding e la Cofigen, due società finanziarie svizzere.

Dica, faccia i nomi, perché altrimenti rimane solo quello di Ercole Doninelli, finanziere elvetico primo fondatore della famigerata Fimo Sa di Chiasso, società di riciclaggio di capitali di mafia, che proprio nella Italcantieri – in seguito – entrerà in rapporti e affari. Anche la Sogeat Sas; che lei certamente conosce perché vantava un credito nei suoi confronti – che immagino lei pagò – di 22,5 miliardi nel 1978 (101,5 miliardi di oggi), è un altro soggetto finanziario inquietante, mi permetta.

Come fu possibile che ad amministrare la Sogeat Sas di Walter Donati & C., fondata il 4 luglio 1972 con un capitale di 400.000 lire, fu messo appunto il signor Donati, ovvero un suo impiegato, signor Berlusconi? E poi: chi fornì al signor Donati 1 miliardo, 999 milioni e 600.000 lire per finanziare l’aumento di capitale della Sogeat deliberato ed attuato non molto dopo la fondazione?

Guardi che stiamo parlando di una somma che oggi equivarrebbe a oltre 22 miliardi, mica noccioline. Fu un prestanome al fulmicotone, questo signor Donati. Gli ballavano in tasca i miliardi come a me le monetine. Tra l’altro, signor Berlusconi, eviti di dire – casomai che della Sogeat sa poco e nulla, perché se Walter Donati fu il socio d’opera, l’altro socio, il finanziatore, documenti alla

mano fu l’avvocato Renzo Rezzonico di Lugano, lo stesso che amministrava le due finanziarie svizzere di cui sopra. Insomma, un personaggio che lei conosce e conosceva benissimo. Ora intendiamoci bene. Seppure possa sembrare irrazionale, la sua scelta di tenere costantemente per più di 10 anni un profilo imprenditoriale così basso da risultare inesistente potrebbe essere giustificata da un riserbo caratteriale, da innata timidezza e modestia di cui però dal 1980 per tutto il tempo a venire fino a oggi non si troverà più traccia. D’accordo, proviamo a prendere per buona questa ipotesi. Se è così signor Berlusconi, mi usi la cortesia di spiegare all’opinione pubblica la “faccenda

Berruti”. Quale? Le rammento i fatti. Il 12 novembre 1979, a Alano, il capitano della Guardia di Finanza Massimo Maria Berruti si presentò negli uffici di Foro Bonaparte della sua Edilnord, signor Berlusconi, e interrogò proprio lei sui complicati giri societari e finanziari – farciti di prestanome, come abbiamo visto – che le avevano permesso di edificare Milano2. Certo ricorda, signor Berlusconi, che lei rispose al capitano Berruti a questo modo: «Non sono il proprietario della Edilnord e tanto meno della Sogeat, Io sono un semplice consulente esterno».

Nella relazione su questa ispezione, scritta e firmata da Berruti, risulta così. Formalmente, la sua, fu una risposta ineccepibile, ma nella sostanza una menzogna tonante. Perché, signor Berlusconi, negò

l’evidenza? Di chi e che cosa ebbe paura? Non certo di Berruti, visto che pochi mesi dopo si dimetterà dalle Fiamme Gialle e presto diventerà consulente della Fininvest.

Le ripeto la domanda: perché sostenne di essere un “semplice consulente” delle società che avevano appena finito di edificare Milano2?

A quale retroscena temette di essere associato? Forse si spaventò pensando che qualcuno avrebbe potuto domandarle chi realmente si celasse dietro i formidabili flussi finanziari arrivati dalla Svizzera alla Edilnord e alla Sogeat?

Se non è così, spieghi, dica come stanno le cose. Anche perché, vede, l’allora capitano Berruti (e attuale deputato Berruti di Forza Italia) nel pomeriggio di quel 12 novembre 1979 tornò a cercarla

nei suoi uffici, signor Berlusconi, e le pose una domanda spiazzante. Berruti le chiese di spiegare come mai lei, che si era appena dichiarato “consulente esterno della Edilnord e della Sogeat”, ovvero dell’intero affare Milano2, viceversa aveva garantito personalmente – tramite fideiussioni a diverse banche per importi monumentali – la solidità di entrambe quelle società. Ma come, le fece notare la Gdf, i soci di capitale della Edilnord e della Sogeat erano ufficialmente svizzeri, cioè i

loro capitali erano svizzeri, e per loro garantiva un italiano, Berlusconi? D’altra parte i fatti erano questi e così la Gdf sospettò – ma per poco, fintanto che Berruti non si dimise per mettersi a lavorare per lei, Cavaliere – che in realtà dietro le finanziarie elvetiche c’era ancora lei, Berlusconi. Sospetto più che legittimo direi, visto che ancora oggi non si sa, e appunto vengo a domandarle, chi c’era dietro le varie Eti Holding, Cofigen, Aktiengesellschaft & company. Capisce che se le Fiamme Gialle erano in qualche modo convinte che alle spalle di quelle sigle spuntava ancora lei, signor Berlusconi, la questione si complica, e di molto.

Si, perché a questo punto l’intera rete finanziaria da cui lei ricevette qualcosa come 200 miliardi in contanti quasi 30 anni fa, anziché in Svizzera va collocata in Italia. E’ così? Dica, è così o si tratta di una mera fantasia? Non penso di poter tollerare il suo silenzio su questo punto centrale, perché altrimenti entrerebbero in scena ben altri personaggi e situazioni. D’improvviso si materializzerebbero i fantasmi che circondano Marcello Dell’Utri, sotto processo a Palermo per mafia. Lugubri scenari che lei ha un solo modo per cancellare: raccontare tutto, nome per nome.

Max Parisi


E’ facile: convochi una conferenza stampa

Non molleremo. Insisteremo con ogni mezzo a disposizione di chi fa il nostro mestiere per avere, una volta per tutte, risposte certe e definitive. Silvio Berlusconi accusa i “pentiti” di essere dei mentitori prezzolati, accusa i magistrati – al minimo – di strumentalizzare dichiarazioni di delinquenti che in cambio dei loro “racconti” ottengono benefici di ogni genere, primo dei quali il più prezioso di tutti: la libertà, nonostante costoro siano responsabili di reati gravissimi, quasi sempre omicidi. Ebbene, c’è un modo sicuro in mano a Berlusconi per far tacere questa gente e contemporaneamente far sì che le loro accuse si trasformino in un boomerang: svelare tutti i misteri che circondano – da sempre – in maniera impenetrabile la sua carriera imprenditoriale. I capitali “svizzeri” che alimentarono dal ’68 in poi le iniziative edilizie del futuro Cavaliere sono limpidi come l’acqua di fonte? Prego, dica di chi erano, signor Berlusconi. Chi glieli affìddò era integerrimo? Prego, faccia i nomi, così sapremo quali onesti, laboriosi e lungimiranti italiani si fidarono di lei tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta permettendo – grazie all’enorme fiducia che lei riuscì a ispirar loro – la creazione della Fininvest e di ciò che ne è seguito. Se lei insiste a tacere su questi fondamentali riscontri che accrediterebbero immediatamente la sua sincerità facendo sprofondare in un abisso di menzogna tutti coloro l’accusano, lei di fatto dona il crisma dello verità a chi “ricorda” i suoi incontri milanesi con Stefano Bonante, a chi “rammenta” i suoi contatti finanziari con FrancisTuratello, a chi “spiega” la presenza di Mangano a villa San Martino con ben diverse ragioni dalla cura delle stalle, a chi “parla” dì vorticosi giri di capitali di eroina nella Barica Rasinì e altro perfino di peggio.

Ha capito, signor Berlusconi? E’ facile. È l’azione più semplice che si possa immaginare. Una bella conferenza stampa affiancato da qualcuno dei suoi antichi finanziatori sorridente come non mai che stringe in mano vecchi documenti bancari, e il gioco è fatto.

Sappia che se dovesse accadere, sarò in primo fila a plaudire un galantuomo.

MP


2 Luglio 1998 pagina 15

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La procura antimafia di Palermo: tramite Dell’Utri capitali illeciti per le holding del Cavaliere

«Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca»

I legali del presidente di FI si oppongono alla perquisizione: è un parlamentare

«L’autorizzazione a procedere deve venire direttamente da Montecitorio»

PALERMO

La procura antimafia di Palermo sospetta che capitali di provenienza illecita siano finiti, tramite Marcello Dell’Utri, nelle holding di Silvio Berlusconi e ne vuole aprire i forzieri. Ma i legali del presidente di FI, Giuseppe De Luca ed Ennio Amodio, si oppongono al decreto di perquisizione, per le «prerogative riconosciute all’onorevole Berlusconi quale appartenente alla Camera dei Deputati».

Dunque un invito a chiedere autorizzazione a Montecitorio. La Procura replica con «richiesta di esibizione e consegna di copia degli atti», motivata da improrogabili «esigenze processuali» nell’ambito dell’indagine per riciclaggio contro Dell’Utri. Il primo atto di questa schermaglia processuale è un decreto di perquisizione del 16 giugno.

I pm Antonio Ingraia e Nico Gozzo, titolari anche dell’indagine sull’ipotesi di concorso in riciclaggio contro Dell’Utri (parallela al processo per concorso esterno in fase dibattimentale) chiedono di acquisire copia dei documenti contabili di alcune società, le cosiddette “Holding”, che controllano l’intero capitale della Fininvest. In particolare, si chiede l’esibizione degli atti costitutivi, dei libri-soci e dei libri-giornale delle società: dalla “Holding Italiana prima” alla “Holding Italiana ventitreesima”.

Sei giorni dopo, il 24 giugno, giunge a Palermo notifica di opposizione degli avvocati De Luca e Amodio. «Nelle holding – scrivono i legali – si trova concentrato il patrimonio personale dell’onorevole Berlusconi che costituisce punto di riferimento e strumento della sua attività imprenditoriale, come tale quindi protetto dalla tutela costituzionale accordata a tutti i rapporti riconducibili alla attività personale del cittadino investito di funzioni parlamentari». Gli avvocati invitano perciò la procura di Palermo a chiedere l’autorizzazione alla Camera per acquisire le informazioni richieste su ventidue delle Holding citate nel provvedimento, quelle detenute «direttamente o indirettamente dall’onorevole Berlusconi». Via libera, invece, per la “Holding Italiana Ventitreesima” che fa capo, spiegano i legali, «ad altre persone della stessa famiglia» non coperte dalla tutela accordata ai parlamentari. La Procura replica allora rinnovando la richiesta di esibizione degli atti che le interessano, motivandola con «esigenze processuali determinate dalla sussistenza di gravi indizi in ordine ai reati ascritti a Marcello Dell’Utri». La Procura sostiene infatti che nell’acquisizione di “pacchetti film” da parte della società “Reteitalta spa”, negli anni ’70 e ’80, sarebbero confluiti capitali illeciti.


2 Luglio 1998 pagina 15

Telecinco: giudice spagnolo chiede deposizione di Silvio

Forza Italia: «È il solito accanimento giudiziario che parte da Milano»

Il giudice spagnolo Baltasar Garcon che indaga sul caso di presunta frode in cui sono coinvolti ex dirigenti della catena televisiva “Telecinco”, ha convocato a deporre in Spagna il 23 luglio prossimo Silvio Berlusconi. Lo hanno reso noto fonti giudiziarie spagnole citate dall’agenzia di stampa spagnola “Efe”. Secondo le fonti, con Berlusconi sono stati convocati a deporre anche Marcello Dell’Utri il 23 luglio e il 24 Alfredo Messina e Giorgio Vanoni. Berlusconi e gli altri dirigenti

della Fininvest si rifiutarono nel febbraio scorso di rispondere alle domande di Garcon, recatosi appositamente in Italia, sostenendo, ricorda l’”Efe”, che l’inchiesta contro di loro «non era maturata da esigenze sorte in Spagna».

Il giudice spagnolo Baltazar Garcon aveva già convocato Silvio Berlusconi per un colloquio a Milano nella scorsa primavera, ma l’ex presidente della Fininvest non si era presentato. Il giudice era quindi rientrato in Spagna senza poter ascoltarlo. Un portavoce della Fininvest ieri sera ha ribadito la totale correttezza del gruppo nella vicenda di Telecinco. La Fininvest ha sempre sottolineato che la vicenda Telecinco parte da una verifica fiscale che ha escluso ogni ipotesi di illecito penale.

Quando le cose vanno bene per Forza Italia con successi elettorali e crescita di consenso, «ecco intervenire tempestiva la visibilissima mano delle procure, con il loro collaudato accanimento giudiziario e furore ideologico». Lo afferma Giovanni Dell’Elce, componente del comitato di presidenza di Forza Italia, per il quale «c’è una trama sempre più trasparente che parte da Milano e va oltre».

«Ieri le gravissime dichiarazioni di Davigo contro Berlusconi, oggi – ha aggiunto – le notizie sul presunto ordine di comparizione inviato al leader di Forza Italia e del Polo dai giudici spagnoli che da anni indagano su Telecinco».

«Anche al più candido e ingenuo praticante della politica – osserva Dell’Elce – non può sfuggire la curiosa successione degli accadimenti».

E a proposito del presunto accanimento “ideologico” sottolineato più volte da Berlusconi, c’è da sottolineare una notizia riguardante la richiesta, fatta dal leader di Forza Italia, di spostare da Milano le procedure giudiziarie che lo riguardano.

«Il presidente Silvio Berlusconi sa che, ovviamente, il pubblico ministero non può essere ricusato nel nostro ordinamento. Giuridicamente il pm non è mai ricusabile, quindi mi sembra faccia una specie di ricusazione globale di tutti i magistrati e dei giudici». Lo ha affermato il procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna, a margine del convegno su «Sicurezza interna e lotta alla criminalità organizzata», che si è svolto ieri a Loveno dì Menaggio.

Dalle notizie apparse sulla stampa – ha detto Vina – le richieste di Berlusconi sembra siano fondate su motivi abbastanza generici».

E ha aggiunto: «In Italia c’è l’obbligatorietà dell’azione penale ed è pacifico che una inchiesta può avere una ricaduta politica oggettiva, Altra cosa, però, è l’intenzione politica che io, sinceramente, non ravviso».


5 Aprile pagina 6

padania-del-05-05-1998-pagina-6

D’Alema gela il Cavaliere

«Giustizia? È l’ultimo problema, prima il presidenzialismo»

Nuovo colpo gobbo di Baffino sulla Bicamerale per dividere Fini e Berlusconi

di Fabrizio Di Ferdinando

D’Alema gela ancora Berlusconi, e si riavvicina a Fini mettendo ancora un poderoso cuneo tra i due alleati. Il cavaliere sperava in un rapido sblocco della questione giustizia nel senso a

lui più favorevole, ossia con l’inserimento della Costituzione di tre principii cardine: ossia separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, terzietà del giudice rispetto ad accusa e difesa, e nomina dei membri togati dei Csm da parte di altri magistrati, e non dei politici.

D’Alema invece blocca tutto, e rinvia la questione giustizia alle calende: «il nodo giustizia verrà affrontato quando verrà in discussione. Ma non credo sia quello più importante – ha detto parlando con i giornalisti in margine a un convegno sull’Euro a Firenze- Vi sono alcuni aggiustamenti, su alcuni punti c’è dissenso. Ma le grandi riforme sono al cuore della riforma costituzionale dice Baffino è l’elezione popolare del Presidente della Repubblica (ossia il semipresidenzialisino) con il che lancia un solido ponte a Fini che del semipresidenzialismo ha fatto la sua ragione di vita politica, e con un colpo di scena divide ancora i due leader del Polo.

Altre questioni importanti per D’Alema sono il federalismo e la differenziazione delle Camere, ma soprattutto la legge elettorale,”vero nodo irrisolto, punto chiave” delle riforme costituzionali, la questione che sta a cuore a lui. L’impasse della bicamerale è tutta qui: che i tre protagonisti hanno tre obbiettivi diversi in Bicamerale. A Berlusconi interessa la giustizia per mettersi al riparo dai guai giudiziari presenti e futuri, a Fini il semipresidenzialismo per aspirare al Quirinale e per mettere finalmente per la prima volta la firma della destra sotto una Costituzione: al leader del Pds preme soprattutto rafforzare il maggioritario in modo da irrobustire il bipolarismo e quindi l’egemonia del suo partito nella coalizione di centro sinistra. Senza quelli che lui ha sempre chiamato sprezzantemente «i cespugli», ossia i partiti minori che rendono annacquata e instabile la maggioranza e che verrebbero eliminati dall’abolizione della quota proporzionale oppure da una soglia di sbarramento abbastanza alta, almeno il 5 % , il Pds sarebbe il vero padrone dell’alleanza al governo e si aprirebbe con facilità la strada alla Presidenza del Consiglio.

In cui per ora ha messo Prodi in attesa che i tempi maturino. Ossia che l’opinione pubblica accetti un comunista non solo nel governo, com’è già ora, ma a capo del governo, che è cosa ben diversa. «In ogni caso – avverte – senza una larga intesa difficilmente si cambierà la legge elettorale che c’è. Nessuno può illudersi di imporre una legge elettorale con un colpo di mano e senza un’intesa condivisa».

Constatato che «il tema scalda molto gli animi», D’Alema ritiene “naturale” trattarlo alla fine del processo di riscrittura della Costituzione. Anche perché «non è materia della Bicamerale». Intanto si deve completare il lavoro di riforma e mantenere il dialogo. E sperare anche che l’evoluzione del sistema politico sdrammatizzi il confronto, anche con una minore frammentazione, senza tanti partitini». Che è il suo chiodo fisso. Pronta e seccata la replica del referendario Mario segni, che sta raccogliendo le firme per l’abolizione della quota proporzionale nelle legge elettorale. «Caro D’Alema queste sono favole da raccontare a Cappuccetto rosso- Che senso ha- si chiede- affermare che prima vengono riforme e poi la legge elettorale? E che senso ha avuto allora il famigerato patto della crostata? Fare le due cose separatamente non ha senso, noi vogliamo chiarezza e perciò raccogliamo le firme per una legge elettorale veramente maggioritaria», intendo con quel «veramente» che il maggioritario che vuole D’Alema non coincide con quello che vogliono lui e Occhetto. «Se il Parlamento vuol fare una cosa seria cancelli la quota proporzionale e faccia con legge ciò che chiediamo con il referendum: se si fa questo le riforme saranno più facili, altrimenti è meglio dare la parola ai cittadini».


5 Aprile pagina 6

Fontan: «Comunisti e Forza Italia vogliono solo spartirsi il potere»

Roma – Marco Civra

La nave rischia di affondare e Massimo D’Alema tenta di alleggerire il carico. Nuovi segnali di crisi si addensano sulla Bicamerale, nella settimana di pausa dei lavori parlamentari e il segretario del Pds tenta un’ardita operazione di salvataggio: togliere dal piatto delle riforme le portate più indigeste, per cercare di salvare l’accordo traballante tra Polo e Ulivo e, soprattutto, tenere insieme la coalizione di sinistra, dove riemerge il conflitto con i popolari. «La Costituzione regge – dichiara D’Alema – se alla base c’è una buona legge elettorale, che consenta ai cittadini di scegliere una maggioranza per governare».

Posizione legittima, da parte di chi sul successo delle riforme ad ogni costo ha giocato la propria credibilità politica, ma dalla quale D’Alema trae a sorpresa una conclusione sorprendente: “Ritengo sia saggio lasciare il tema della legge elettorale per ultimo, anche perché la legge elettorale merale. Non credo – aggiunge – che il tema della giustizia sia il più importante. Il cuore della riforma è rappresentato dall’elezione diretta del Presidente della Repubblica, e dal federalismo». Fra i primi a reagire proprio i popolari, che considerano “inaccettabile” la proposta del segretario pidiessino. All’attacco anche Rocco Buttiglione, che parla di «dichiarazioni sconcertanti». Ambiguo invece l’atteggiamento di Forza Italia.

II capogruppo Pisanu, fa sapere che «la legge elettorale è preliminare ad ogni altra intesa e che l’ordine del giorno che la delinea costituisce un documento vincolante» ma tace sulla questione giustizia. Ed è proprio questo silenzio degli azzurri a sollevare i dubbi di Rolando Fontan, referente leghista nel comitato dei 19.

«Le dichiarazioni di D’Alema – spiega Fontan – confermano quanto diciamo da tempo, che le riforme istituzionali non sono altro che una copertura per arrivare ad una legge elettorale su misura del Pds e di Forza Italia. Quale risultato venga fuori dalla Commissione, riguardo al federalismo o alla forma di Governo, è del tutto indifferente ai comunisti come alla destra. Ciò che conta è creare un sistema che permetta loro di spartirsi, in nome di un bipolarismo irreale, il potere».

In quest’ottica, la proposta di rinviare il nodo della giustizia, riducendolo a questione non strategica, assume il valore di un’offerta proprio a FI, che sul tema della giustizia è più sensibile. «Per gli uomini di Berlusconi – osserva infatti Fontan – il problema non è discutere di giustizia all’interno di un progetto di riforma della Costituzione, che avrà comunque tempi lunghi. Il nodo reale è rappresentato dai processi imminenti. Meglio per loro ricorrere a provvedimenti ordinari, che si possono approvare in breve tempo. Ecco quindi che, all’offerta di D’Alema, Pisanu non reagisce, anzi sposta il terreno del confronto.

La separazione delle carriere non risolve i problemi di Berlusconi, una modifica per via ordinaria di una legge scomoda sì. Basti pensare a quanti processi sono saltati con la modifica dell’articolo 513».


5 Aprile 1998 pagina 6

Rivelazioni di un teste al processo Dell’Utri

Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica

Dell’Utri gli avrebbe detto: «Berlusconi non dimentichi che so molte cose…»

Fu Craxi a spingere Berlusconi a muoversi in politica, per creare un movimento al Nord, pensando che al Sud avrebbero avuto successo le liste «fai-da-te» con gli ex Dc e Psi»: a tracciare questa ricostruzione di eventi è stato Ezio Cartotto, ex dirigente Dc a Milano, ma anche ex consulente Fininvest. Lo ha detto deponendo al processo al deputato di Forza Italia Marcello Dell’Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa, e al presunto mafioso Gaetano Cinà. La sua testimonianza ha animato l’udienza ed ha spinto Dell’Utri, per la prima volta in sei mesi, a parlare in processo.

Cartotto ha raccontato che quando si occupava di Enti locali per la Dc, aiutò Berlusconi a perfezionare licenze ed adempimenti per la costruzione di “Milano due”. Negli anni ’80 tenne lezioni di storia della politica per i dirigenti di Publitalia. Nel ’92 un «Berlusconi preoccupatissimo di perdere le concessioni televisive» gli commissionò uno studio sulla crisi politica italiana. Ora, chiusi i rapporti con Fininvest, ha in pubblicazione un libro in cui ricostruisce i rapporti con il Cavaliere e con il suo gruppo, che conterrebbe anche “rivelazioni pepate” sui retroscena della nascita di Forza Italia, di cui ha dato un assaggio in aula riferendo del presunto incontro, nell’aprile del ’93, Craxi-Berlusconi che indusse l’imprenditore ad impegnarsi in politica. Ed ha aggiunto: «Berlusconi mi aveva promesso un mandato parlamentare. Poi, visto il mio contributo alla formazione del governo, chiesi almeno il posto di sottosegretario per un mio amico milanese. Non ho mai saputo perché le mie richieste non ebbero risposta».

E Dell’Utri? «Lui non c’ entra – ha risposto il teste – non gli porto rancore», ed ha confermato che durante un congresso Dc, tra il ’72 e il ’73, Dell’Utri gli chiese informazioni su Ciancimino «che voleva fondare una sua corrente», e ha aggiunto di aver “interpretato” quella curiosità come «un interesse favorevole». Il teste ha riferito che quando Dell’Utri apprese dalla Tv del suicidio di Domenico Signorino, avvenuto il 4 dicembre del ’92, «scagliò il telecomando spiegandogli di essere amico del giudice». Riferendosi «ad una violenta campagna di stampa contro Dell’Utri accusato di collusioni mafiose», Cartotto ha detto che Berlusconi era molto preoccupato e che Dell’Utri un giorno commentò: «Silvio non deve dimenticare che io so tante cose…». Il teste (indagato a Torino per false fatturazioni), ha sostenuto infine che «Berlusconi voleva favorire un conglomerato di centro che prendesse i voti dei partiti in crisi» e che «i primi ad essere contattati furono Amato, Martinazzoli e Segni».


5 Aprile pagina 6

Il ritorno degli zombi

Salme di partiti offrono appoggio a Silvio

A volte ritornano. Si scopron le tombe, si levano i morti… una delegazione di zombies, segretari di partiti non rinati, ma riesumati, tratti dai sepolcri fingendo che sia stata solo una morte apparente hanno scritto a Berlusconi offrendo un’alleanza per «sconfiggere il pasticciaccio di D’Alema in bicamerale». Tra loro Gianni De Michelis, segretario del defunto Partito socialista, il socialdemocratico Luigi Preti che era già un sopravvissuto quando il partito dava ancora segni di vita; Stefano de Luca, che sta facendo la respirazione bocca a bocca al Partito Liberale dopo essersi procurato un certificato di «esistenza in vita»; Armando Corona di Unità Repubblicana, trovata tra le ceneri del Pri: l’ex ministro dei 110 all’ora, Enrico Ferri, presente ovunque ci sia da occupare una poltrona fosse pure quella del «ruba-la-sedia», ora segretario di un misterioso movimento «il Sole», forse perché destinato a durare una giornata e poi a tramontare.

D’accordo che la Bicamerale va buttata a mare, d’accordo che bloccare D’Alema «è il presupposto di ogni sviluppo futuro», ma lor signori non hanno capito che a Berlusconi l’appoggio di D’Alema – anche se proprio ieri Baffino ha preso le distanze (come riferiamo in questa pagina) serve ed interessa mollo più del loro.

Lui ha un potere, loro non hanno nemmeno uno spazio. Torneranno ad essere cadaveri, ma questa volta avvolti nella plastica, quella del partito di plastica: Forza Italia.

E intanto «Scalfaro l’impiccione» il presidente che ha collezionato il record in fallo di ingerenze nella politica, va in Svezia a dire come è bello l’Euro. Va a dirlo proprio nel Paese che ha invece deciso saggiamente di rimanere alla finestra per quanto riguarda la moneta unica. li Paese scandinavo, infatti, pur avendo i dati economici perfettamente in linea con quanto richiesto dal trattalo di Maastricht, molto più che l’Italia, ha preferito, come l’Inghilterra, non aderire per il momento all’Unione monetaria. Entrerà nell’Euro – se i cittadini lo vorranno e non con una decisione imposta dall’alto come da noi – in un secondo tempo, risparmiandosi i disagi e le difficoltà del rodaggio.

E non ci rimetterà nulla, anzi sarà più rispettato, come i Vip che si fanno aspettare. Noi siamo entrati con il cappello in mano, loro entreranno sul tappeto rosso.

Scalfaro cercherà di fare il sermoncino anche a re Gustavo, dimenticando che la Svezia é la patria del Nobel, e che due premi Nobel per l’economia, Milton Fricdman e Franco Modigliani hanno espresso dubbi e riserve sull’Euro. Ma al presidente cosa importa, lui si basa sulla dottrina di Romano Prodi, che ha dato prova delle sue capacità economiche all’lri, pozzo senza fondo del denaro pubblico.

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