Walter Veltroni. Anzi no, Ingrid Betancourt.

Comincia a fare freddo e il duro inverno di NY è alle porte.
Esco dall'ufficio un pò scazzato, direzione upper West Side lungo la uno.
Sto andando ad una libreria dove è previsto un incontro con Walter Veltroni, che è a a New York per presentare il suo libro tradotto in inglese (oltre che per acquistare un appartamento).

Arrivo in libreria e già da fuori noto la presenza di diversi Italiani Italianissimi di prima classe. Mi colpisce subito una donna vestita con addosso non meno di 15000 dollari di roba.
Entro in questa immensa libreria e al piano superiore trovo subito Fiorenzo.
Ci eravamo dati appuntamento con la scusa di fare qualche domanda al Veltroni. Io personalmente avrei voluto sapere quando è previsto l'inizio della vera opposizione... giusto per evitare di aspettare inutilmente o di continuare a nutrire inutili speranze.
In mezzo agli scaffali dei libri hanno allestito un palchetto con delle sedie. Ci saranno state in tutto 50 persone in silenziosa attesa.

Arriva il Walter accompagnato dalla nipote di Kennedy, dal suo traduttore e da un giornalista premio Pulizter che avrebbe fatto l'introduzione.
Applausi.
Attacca a parlare il Pulitzer, poi parla la Kennedy che ci ricorda suo zio, suo padre Robert Kennedy e del rocambolesco nesso Kennedy-Veltroni.
Ad un certo punto dal lato arriva una signora sola, poco truccata, in punta di piedi. Arriva e si siede in prima fila. Veltroni la riconosce e in sengo di rispetto si alza in piedi.

E' Ingrid Betancourt.

Rimango colpito. Per un attimo Veltroni passa in secondo piano... Anzi mi tiro indietro.
Si parlava di letteratura, di speranza, di pace. Non mi andava di avvelenare il clima lanciando, come probabilmente avrei saputo fare, una frecciata verso Veltroni. Non oggi. Non con la Betancourt in prima fila... Non io.

Usciamo fuori e discutendo sul da fare si avvicina un Italiano sui 50 anni. E' vestito in giacca e porta folti baffi neri. Dice di stare a NY da soli due mesi e alle mie richieste di precisazioni dice di essere il nuovo autista del console.
Ci mostra la limousine che deve guidare in giro per New York, dice che rimarrà in missione cinque anni e che ancora non riesce ad abituarsi alla guida di Manhattan.
Parla con accento meridionale, è il vero e proprio clichè dell'Italiano medio, onesto, fortunato e probabilmente amico degli amici. In lui per un attimo rivedo l'Italia per quello che effettivamente è.

Salutato l'autista, tornando verso casa in metro discutevamo animosamente sull'incontro. Una ragazza Italiana ci sente e ci chiede cosa ne pensavamo di Veltroni. Ascoltando le risposte tira fuori un taccuino per appuntarsele. Io dico che Berlusconi è la metastasi della politica e che Veltroni assieme a tutta l'opposizione escluso Di Pietro mi delude profondamente.
La ragazza è una giornalista de "Il Riformista" che sta qui per le elezioni Americane.
A detta di questa giornalista moltissimi tra gli spettatori del Veltroni erano li per manifestare il loro disappunto nei confronti di questa opposizione. Mi fa piacere sapere che non sono solo. In ogni caso, se leggete il mio nome sul giornale non si tratta di un omonimo. Sono io.

Torno a R.I. e mi fermo a mangiare una pizzetta.
Trovo due amici Siciliani che stanno qui in cerca di fortuna. Uno dei due è filosofo e quindi ne approfitto per propinargli la mia teoria strampalate sulla connessione tra realtà, io ed universo.
Il filosofo la prende con filosofia e non commenta.
Nel frattempo arriva Francesca. Si parla del più e del meno quando una ragazza bionda attacca il bottone con la scusa si una sigaretta. E' evidente che vuole sedersi con noi per conversare e noi la accontentiamo.
E' Russa ma sta qui da quando aveva 8 anni. I suoi genitori lavorano alle Nazioni Unite e ci confessa che lei, pur avendo un master in Finance, da ben DUE MESI non riesce a trovare lavoro. Sono tragedie. Roba da tentato suicidio.

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One Response to “Walter Veltroni. Anzi no, Ingrid Betancourt.”

  1. Martufellas Says:

    Eppure c'e' ancora qualcuno che vuol tornarsene a casa.

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