Philippe Petit

Altra giornata pesante. Sarà un pò che io non ho mai sopportato l’Estate, sarà che per la prima volta in vita mia non ho fatto in Estate neanche un giorno di ferie, sarà che lo stress del cercare casa si cumula a tutto il resto… sarà quel che sarà sto stressato come non succedeva da anni.
Le contromisure: messa al bando della caffeina (per me ansiogena) e sospensione di tutte le attività extra-lavorative.

Stasera mi sono visto l’ultimo dvd del documentario su New York, tutto incentrato sul World Trade Center, dall’idea iniziale di Rockefeller alla sua demolizione catastrofica.
La tragedia, raccontata dalla PBS (vera maestra di giornalismo… altro che CNN!) sapendo che le torri sarebbero state visibili dalla finestra di casa ha tutto un altro effetto. E’ stato quasi un pugno nello stomaco rivedere le scene di quei giorni…immedesimarsi in quelle persone, in quelle strade, in quei frangenti che rappresentano ora scene di vita quotidiana.

Ma non voglio parlare di questo.
Sapete che ammiro le persone che riescono a gettarsi anima e corpo in sogni bizzari e grandiosi. Voglio perciò raccontare la storia di un uomo e del suo sogno.
Philippe Petit era un artista Francese poco più che ventenne quando venne a conoscenza dell’imminente realizzazione delle torri gemelle agli inizi degli anni settanta.
Era un danzatore, e danzava sulla corda.
L’idea decisamente audace, se non folle, era quella di recarsi a New York per lavorare in segreto sulle torri (ancora da ultimare negli ultimi 2 piani) ed installare un cavo d’acciaio che le connettesse l’un l’altra per poi danzare sul cavo stesso.

Philippe nel 1973 arriva a New York e sceso dalla metropolitana si intrufola per la prima volta nella torre Sud. Tornerà sul posto per altri otto mesi, addirittura ottenendo un pass fingendosi documentarista per la TV Francese.
Durante tutto questo tempo, con l’aiuto di altri amici, vengono installati due mast (uno per torre) capaci di tenere sospeso un cavo d’acciaio di circa quaranta metri.
Successivamente, la notte del 6 Agosto 1974 Philippe e la sua squadra si introducono nelle torri e armati di arco e frecce stendono prima un cavo di nylon, poi una corda, poi un cavo d’acciaio tra un palazzo e l’altro, per poi fissarlo sui mast.

Alle 7.15 del mattino New York si ferma a guardare una scena incredibile. “Out of the blue” un uomo cammina tra le torri gemelle, danzando avanti e indietro, raccogliendo folle di curiosi che lo acclamano dal basso. Addirittura si inginocchia, si sdraia, il tutto per quasi un’ora.
Fu un successo clamoroso. Persino il sergente addetto all’arresto rimase affascinato tanto da elogiare davanti alle telecamere le gesta del suo prigioniero.
Incriminato di una dozzina di reati, Philippe Petit intenerisce il suo giudice che lo condanna semplicemente a ripetere il suo spettacolo gratuitamente per dei bambini a Central Park.
La direzione del World Trade Center fu anch’essa entusiasta, tanto da regalargli un simbolico pass di accesso a vita alle due torri per poi incidere il suo nome sull’acciaio delle travi nel punto in cui venne teso il cavo.

Che belli dovevano essere gli anni settanta a New York. Si poteva entrare liberamente in un complesso come il WTC, ci si poteva fingere giornalisti, si poteva gironzolare per otto mesi indisturbati sul tetto.
Doveva essere un periodo di grande libertà, di grandi idee, di grandi sogni.

Mi sarebbe piaciuto essere nato in un periodo così.

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